Dall’intervista “Dreaming Roma” AS ROMA emerge il profilo di Federico Nardin, classe 2007 e difensore centrale della Primavera: un ragazzo cresciuto nel vivaio romanista che continua ad andare avanti senza perdere il legame profondo con ciò che ama.
Dalle attese fuori dai cancelli di Trigoria agli allenamenti con la prima squadra, il suo racconto segue una crescita lineare solo in apparenza: perché dentro questo percorso c’è l’evoluzione del calciatore, ma anche quella di un ragazzo che sta imparando a dare forma, misura e stabilità a ciò che sente.
La sua storia, nei suoi tratti essenziali, è chiara: l’infanzia da tifoso romanista, l’arrivo presto nel settore giovanile, gli anni a Trigoria, la Primavera, il rinnovo, il sogno della prima squadra. Ma ciò che colpisce davvero, ascoltandolo, non è solo il percorso. È il modo in cui quel percorso continua a vivere dentro di lui.
Nardin non parla della Roma come di una semplice occasione. Ne parla come di qualcosa che sente vicino, quasi familiare. In lui il romanismo non sembra un dettaglio da raccontare, ma una presenza continua, discreta, vera.
Lo si percepisce quando ricorda il padre che gli ha trasmesso la passione, quando torna sui sacrifici della famiglia, quando parla del nonno con una gratitudine che resta addosso. E lo si percepisce ancora di più quando racconta cosa significhi allenarsi accanto a quei giocatori che, fino a poco tempo prima, guardava da tifoso. In tutti questi passaggi c’è la stessa sensazione: per lui la maglia della Roma non è mai stata una maglia qualunque.
Ed è proprio qui che il suo racconto diventa interessante anche oltre la biografia. Perché il punto non è soltanto che Federico Nardin sia romanista. Il punto è che sembra avere già compreso quanto sia importante custodire questo sentimento senza lasciarsi trascinare troppo da ciò che si prova. In un ragazzo della sua età, una consapevolezza simile ha qualcosa di raro.
Quando riconosce che l’aspetto emotivo è ancora il tratto su cui deve crescere, e racconta di averci lavorato anche con gli psicologi del club, Nardin non prova a darsi l’immagine di chi ha già risolto tutto. Fa qualcosa di più sincero, cioè mostra di conoscersi. E, spesso, la maturità comincia proprio da qui.
Per un difensore, questo dettaglio conta molto. Difendere non significa soltanto intervenire bene, vincere un contrasto o leggere una giocata. Significa anche saper restare presenti, trovare misura, non perdere lucidità quando la partita si fa più nervosa. In questo senso, la crescita di Nardin non riguarda soltanto il fisico o la tattica, ma anche una qualità più silenziosa e profonda: l’equilibrio.
Anche il modo in cui parla del suo calcio va in questa direzione. Si racconta come un difensore che vuole essere utile, solido, affidabile. Gli piace partecipare alla costruzione, lavorare sui dettagli, adattarsi a posizioni diverse. Ma quando deve definire il suo compito, parte da un principio semplice: il primo dovere di un difensore è non far prendere gol. Dentro quella frase c’è già molto del suo modo di stare in campo.
Nardin dà l’impressione di sentirsi un difensore moderno, sì, ma con radici molto concrete. Un giocatore costruito sulla sostanza, sulla disponibilità, sulla serietà con cui interpreta il ruolo. Può crescere ancora, può affinare diversi aspetti del suo calcio, ma la base sembra già chiara.
Anche sul piano umano emerge un profilo piacevole. Nelle sue parole non c’è compiacimento, non c’è rumore, non c’è la fretta di mettersi al centro. Quando parla dei compagni, della convivenza, della competizione interna, restituisce l’immagine di un ragazzo che prova a stare bene dentro il gruppo con naturalezza.
Forse è proprio questo l’aspetto più bello. Chi guarda da fuori vede il fisico, la struttura, la serietà, il senso di appartenenza. Ma dalle sue parole emerge anche qualcosa di più sottile: il tentativo di crescere senza indurirsi, di andare avanti senza perdere il filo emotivo che lo lega a questa maglia.
Federico Nardin, in fondo, sembra trovarsi in quel punto del cammino in cui si prova a diventare grandi senza smettere di sentire.
E nel calcio, soprattutto per chi difende, la maturità forse sta nel riuscire a restare lucidi e composti anche quando dentro si muove molto.
Questa, forse, è la nota più delicata e più vera che emerge dal suo racconto: l’idea di un ragazzo ancora in costruzione, che prova a portare con misura il peso e la bellezza di ciò che ama.
di Sabrina Bastari – RC Testaccio








Federico nardin, un nome che riecheggia nel campo della Roma con misura, umiltà e rispetto per la maglia, grazie Sabrina per avermi fatto conoscere questo ragazzo, come lui al giorno di oggi non ce ne sono molti , sono mosche bianche , in mezzo a ragazzi troppi giovani che si sentono arrivati in tutto, ma la vita è molto altro e spesso chi va troppo in alto vicino al sole fa la fine di Icaro, le ali bruciano e il tonfo è fatale, invece mi sono rivisto in un ragazzo che non ha paura di essere se stesso, non ha paura di dire io non sono perfetto , ma di un ragazzo sicuro di giocare a pallone con la gioia negli occhi dire ai propri compagni, stare tranquilli vi difendo io .
Con stima per te.