QUANDO PROVANO A FERMARTI PERCHЀ STAI CRESCENDO: ROMA PRIMAVERA VS BOLOGNA 2-3!

Photo by Luciano Rossi/AS Roma via Getty Images)

Malala Yousafzai aveva undici anni quando capì che fare una cosa normale poteva diventare un atto di coraggio. Viveva nella valle dello Swat, in Pakistan, un luogo bellissimo e fragile, dove a un certo punto qualcuno decise che le bambine non dovevano più andare a scuola. Le scuole femminili venivano chiuse, bruciate, cancellate. Studiare diventava un problema. Parlare, un rischio.

Malala non guidava proteste. Non alzava cartelli. Faceva una cosa sola: continuava ad andare a scuola.

Nel 2009 iniziò a scrivere un diario per la BBC, sotto pseudonimo. Raccontava la sua quotidianità: la paura, la stanchezza, il desiderio semplice di imparare. In quelle pagine c’è già tutta la sua postura morale, racchiusa in una frase che sembra scritta per chi cresce senza aspettare che qualcuno lo autorizzi:

«Alcune persone chiedono sempre agli altri di fare qualcosa. Io invece penso: perché dovrei aspettare qualcun altro? Perché non fare io stessa un passo in avanti?»

In uno di quei testi scrisse anche: «A volte mi sento molto stanca. Ma se smetto, vincono loro.»

Quelle parole fecero il giro del mondo. Malala diventò una voce. E una voce, in certi contesti, è pericolosa.

Il 9 ottobre 2012, tornando da scuola su uno scuolabus, un uomo salì a bordo, chiese il suo nome e le sparò alla testa. Non perché avesse fatto qualcosa di sbagliato. Ma perché stava crescendo. Perché rappresentava un futuro che non si voleva concedere.

Malala sopravvisse. E quando tornò a parlare, non parlò mai di odio. Disse solo:
«Hanno pensato di fermarmi. Invece mi hanno fatto andare più lontano.»

Roma-Bologna, al Tre Fontane, nasce esattamente qui: nel momento in cui qualcuno prova a fermarti perché stai diventando qualcosa.

La Roma Primavera arriva alla 22ª giornata di campionato con addosso settimane pesanti, quasi adulte. Convocazioni continue, allenamenti ad altissima intensità, ragazzi chiamati a misurarsi con il calcio dei grandi prima ancora di aver completato il proprio percorso. È una crescita rapida, entusiasmante, ma logorante. Il fisico presenta il conto. Il Bologna lo capisce subito e imposta la gara su aggressività, duelli, pressione feroce.

Bastano tre minuti. Negri sfonda a sinistra, Castaldo viene lasciato solo al centro dell’area (0-1). È un gol che non nasce dal caso, ma da un tempo di gioco più fresco. La Roma arriva un attimo dopo. Non perché non sappia cosa fare, ma perché ogni scelta costa fatica.

Il 3-4-2-1 di Guidi fatica a distendersi. La linea difensiva sbaglia in uscita, Bah soffre posizione e tempi, Sangaré non riesce a incidere, Lulli procede a strappi. Non manca il coraggio. Manca ossigeno. È la stessa sensazione che Malala descrive quando racconta che, in quei mesi, anche camminare verso scuola sembrava più lungo del solito.

Al 14’ arriva il raddoppio: corner concesso con leggerezza, cross di Lai, N’Diaye si libera al limite e tira al volo (0-2). È il momento in cui molte squadre giovani si disuniscono. La Roma no. Resta composta. Come Malala che, dal letto d’ospedale, disse ai medici che non voleva essere ricordata per ciò che aveva subito, ma per ciò che avrebbe fatto dopo.

Guidi prova a rimettere ordine: dentro Della Rocca, Di Nunzio arretra. La partita non gira subito, ma al 28’ accade qualcosa che conta più del punteggio. Seck sale su calcio d’angolo e colpisce di testa (1-2). È un gol che non urla. Respira. Dice: siamo ancora qui.

Un minuto dopo arriva il colpo più duro. Errore in uscita, imbucata di Toroc, N’Diaye davanti a De Marzi (1-3). È il punto più basso. Sangaré spreca l’occasione per accorciare prima dell’intervallo. Il primo tempo si chiude con le gambe pesanti e la sensazione di una gara compromessa.

Malala racconta che il momento più difficile non fu il dolore, ma l’attesa. Il tempo in cui non sai ancora se tornerai quella di prima. La Roma vive lo stesso spazio emotivo. Non è finita ma non è semplice.

Nel secondo tempo, però, succede qualcosa di prezioso. La Roma non diventa più veloce. Diventa più consapevole. Accetta il limite fisico e lavora sull’ordine, sulla pulizia, sulla responsabilità. Mirra, Litti e Maccaroni portano equilibrio. Forte e Della Rocca trovano spazi migliori. Panico si prende il rischio del tiro da fuori. Al 77’ Markovic salva sulla linea un pallone che aveva già il sapore della svolta.

Malala ha raccontato che, durante la riabilitazione, il primo vero segnale di ritorno non fu un discorso pubblico, ma una giornata intera di studio senza fermarsi. Non era ancora pronta a parlare al mondo. Ma era di nuovo dentro il suo gesto.

La Roma fa lo stesso. Il Bologna arretra, difende, inizia a sentire il peso di una squadra che, pur stanca, non smette di crederci. Non gioca per disperazione. Gioca per identità.

All’89’ arriva il gesto che cambia il senso della partita. Arena attacca il primo palo, Litti disegna il cross, il colpo di testa di Arena accompagna il pallone in rete (2-3). Non basta per pareggiare, ma basta per dire chi è questa squadra. Subito dopo Lulli è costretto a uscire, Roma in dieci uomini, senza cambi. Il tempo si ferma lì.

Il fischio finale sancisce la sconfitta. Secondo posto a 37 punti. Classifica quasi invariata grazie ai pareggi di Cesena e Parma. Ma il valore di questa partita non è numerico.

È umano.

Questa Roma Primavera ha mostrato una mentalità rara: non confondere la stanchezza con la resa. Ha continuato a giocare, a pensare, a cercare soluzioni quando il corpo era in debito. Sta crescendo più in fretta delle sue energie, e proprio per questo sta diventando qualcosa di importante.

Malala non è diventata Malala il giorno del Nobel. Lo è diventata quando, ferita, ha deciso di continuare a camminare.

La Roma Primavera, contro il Bologna, non ha vinto la partita. Ma ha fatto la cosa più difficile: non fermarsi.

E quando una squadra giovane impara questo, la gloria non è più un’illusione. È solo una questione di tempo.

Sabrina Bastari – Roma Club Testaccio