ANTHONY UCCHINO, L’UOMO CHE HA SCOPERTO ANTONIO ARENA

Foto di proprietà della AS ROMA

Intervista esclusiva di Sabrina Bastari

Nel calcio di oggi tutti inseguono stelle già affermate. Anthony Ucchino no: lui scopre il talento prima che brilli. Nato e cresciuto a Sydney da famiglia italiana, guida U Football, laboratorio internazionale di giovani talenti pronto a costruire il futuro del calcio. In questa intervista ci racconta come riconoscere un campione prima che esista, e come trasformare i sogni in realtà.

Uno degli esempi più chiari della visione di Ucchino è Antonio Arena, giovane attaccante nato a Sydney da famiglia di origini calabresi. Anthony Ucchino ha saputo riconoscere in lui un talento che meritava attenzione e lo ha seguito nel percorso dall’Australia al calcio italiano, prima al Pescara e poi alla AS Roma da luglio del 2025.

Arena ha segnato il gol del pareggio (2-2) nella partita di Coppa Italia contro il Torino, realizzandolo con un colpo di testa pochi secondi dopo il suo ingresso in campo su cross dalla sinistra, un gesto tecnico che ha attirato l’attenzione dei tifosi e degli addetti ai lavori.

Questo momento ha messo in luce il percorso di un giovane attaccante proiettato verso un palcoscenico importante, e inserisce la scoperta di Arena nella lunga esperienza di Ucchino.  

Ciao Anthony, grazie per avermi concesso questa intervista. Iniziamo dal principio…

Prima che il calcio ti conoscesse come dirigente e formatore, chi era Anthony Ucchino? Quale scintilla ti ha portato a dedicarti allo sviluppo dei giovani talenti?

Sono cresciuto nel calcio negli anni Novanta, con genitori italiani e un legame profondo con l’Italia. Ho avuto la fortuna di trovarmi proprio lì durante il Mondiale del 1990: un’esperienza che mi ha segnato per sempre. In quel momento mi sono innamorato del calcio italiano, della sua cultura, della sua anima. Da allora l’Italia è rimasta nel mio cuore.

Dopo aver concluso il mio percorso da calciatore, oltre dieci anni nei settori giovanili della Marconi, in Australia, ho iniziato dalla scuola calcio. Dentro di me sentivo un bisogno chiaro: dare ai ragazzi ciò che io, da giovane, avrei voluto avere. Qualcuno che credesse in me, che mi seguisse davvero, che mi aprisse una porta senza promesse, ma con fiducia.

Negli anni ho collaborato con diverse società italiane, accompagnando tanti ragazzi nel loro percorso. L’incontro con Antonio ha rappresentato una svolta, perché oggi ci permette di creare opportunità concrete per molti giovani, dall’Australia all’Italia, aiutandoli davvero a inseguire il loro sogno.

Antonio Arena: la prima volta che lo hai visto, cosa hai letto nei suoi occhi e nei suoi gesti?

Antonio è un giocatore di grande talento, ma ciò che lo distingueva fin da bambino era la testa. Aveva già allora la mentalità del calciatore: sapeva cosa voleva diventare, aveva un progetto chiaro dentro di sé. Io non ho “creato” Antonio Arena. Gli ho dato un’opportunità, ma tutto il resto lo ha fatto lui. È Antonio che ha costruito Antonio Arena, grazie alla sua dedizione, alla sua umiltà, al suo impegno totale. È un ragazzo che dà tutto, in campo e fuori. È rispettoso, serio, concentrato. Ha fatto grandi sacrifici e ha capito molto presto cosa significasse voler davvero diventare un calciatore: il talento senza disciplina non porta lontano. Per questo deve essere un esempio, un punto di riferimento per i giovani, non solo tecnico ma umano, per tutti i giovani che sognano il calcio.

U Football di cosa si occupa? Cosa rende speciale l’Academy?

Lavoro con una società molto importante, la Marconi, la stessa in cui ho giocato da giovane per oltre dieci anni. In Australia ci sono tantissimi ragazzi di talento: alcuni con doppio passaporto, altri no. Ma il talento non ha nazionalità.

Il nostro obiettivo è creare un percorso reale per quei ragazzi che meritano un’opportunità. Non è semplice, perché non basta il talento: ci sono sacrifici enormi, soprattutto per le famiglie. Decidere che un ragazzo di 14 anni possa partire è una scelta difficile, emotivamente complessa, per tutti.

Il mio impegno è rivolto in particolare ai giovani italo-australiani, che portano dentro di sé due culture. Stiamo costruendo un progetto solido, con connessioni vere tra Australia e Italia, per dare ai ragazzi più meritevoli la possibilità di misurarsi con il calcio europeo.

In Australia abbiamo strutture importanti: settori giovanili forti, centri di lavoro, campi in erba e sintetici. Il vero limite è la distanza. Per questo il progetto non riguarda solo il campo, ma anche il supporto umano e familiare: capire chi può partire, quando e come. Antonio è la dimostrazione che si può fare. L’Australia è un Paese costruito dagli immigrati, italiani, croati, serbi, e il calcio è nel sangue, anche a migliaia di chilometri dall’Europa.

Quando scegli gli allenatori che guideranno i ragazzi, cosa guardi davvero?

Scelgo allenatori che sappiano lavorare con i bambini, che li lascino giocare. Nei primi anni non serve pressione, serve libertà. I ragazzi devono sentire che sbagliare non è una colpa, ma una parte fondamentale del processo di apprendimento.

Se un bambino non sbaglia, non impara mai. Non bisogna giudicare, né bloccare continuamente. Bisogna lasciare fare, osservare, accompagnare. L’errore è un maestro straordinario, se viene accolto nel modo giusto. Se non sbagli, non impari. Se vieni giudicato, ti chiudi. Se vieni accompagnato, cresci. Allenare significa educare. E educare significa avere pazienza.

Quali opportunità offrono questi tour ai giovani talenti?

Organizzo tour di dieci giorni in Europa per far vivere ai ragazzi il calcio nella sua forma più autentica. Non solo allenamenti, ma vita quotidiana: alimentazione, disciplina, ritmi, cultura, linguaggio del calcio. In Europa il calcio è identità. È religione. In Australia è uno sport tra tanti. Qui i ragazzi vedono cosa significa davvero competere: strutture, intensità, pubblico, professionalità. Tornano a casa con una consapevolezza nuova. Capiscono se questo è davvero il mondo che vogliono affrontare, e cosa serve per farlo.

Dove trova ancora spazio l’intuizione umana, quella capacità di vedere il talento prima che si manifesti?

Lo capisco osservando. Da come un ragazzo si allena, da quanto è disposto a sacrificarsi, da come affronta la lontananza dalla famiglia. Il talento è importante, ma il 90% è la testa. Chi dà sempre il 110%, chi non cerca scuse, chi lavora più del primo, del secondo, del terzo allenamento: quello è il giocatore. La mentalità fa la differenza.

Come vivono il metodo e la visione che hai sviluppato in Australia?

I ragazzi devono giocare liberi. Non devono pensare al calcio come a un business. Devono divertirsi, sbagliare, crescere con i propri tempi. La crescita vera nasce dal gioco, dalla gioia e dal rispetto dei tempi individuali. Ogni bambino ha i suoi tempi. Ogni percorso è diverso. Il nostro compito, come tecnici e mentori, è accompagnare, non accelerare. Quando togli la libertà, rovini il talento. Quando rispetti i tempi, lo fai fiorire.

Se potessi cambiare delle cose nel calcio giovanile mondiale, quale sarebbe?

I social media sono un grande problema. Oggi i ragazzi vedono solo il risultato finale: le macchine, le case, il successo. Tutti vogliono essere Cristiano Ronaldo, ma nessuno vede cosa ha dovuto attraversare per arrivarci.

Un bambino di dieci anni con scarpe da 400 euro non diventa un campione. Il valore non è in ciò che indossi, ma in ciò che fai ogni giorno. La responsabilità non è dei bambini, ma degli adulti che hanno cambiato la narrazione del gioco.

Bisogna tornare indietro, per poter andare avanti. Tornare ai sacrifici, alla verità del percorso, alla fatica. Solo così i ragazzi possono costruire sogni veri, non illusioni.

Grazie, Anthony. Le tue parole ci ricordano che il calcio è soprattutto passione, crescita e dedizione.

La Lupa Rossa – Roma Club Testaccio