COME CANNE AL VENTO: LA ROMA PRIMAVERA VINCE CONTRO IL CAGLIARI!

(Photo by Luciano Rossi/AS Roma via Getty Images)

«Siamo canne, e la sorte è il vento.» (Canne al vento, Grazia Deledda).

Grazia Deledda scriveva da sarda. Da un’isola che conosce il vento come elemento quotidiano, non come immagine letteraria. Da una terra dura, laterale, spesso ignorata, dove la dignità non è un concetto astratto ma un modo di stare al mondo. Deledda nasce a Nuoro, lontano da tutto. Senza scuole alte, senza protezioni e senza scorciatoie. Impara osservando. Regge. Scrive senza chiedere permesso. Arriva al Nobel perché resta fedele a quella postura interiore che i sardi riconoscono subito, non urlare, non fuggire e non tradirsi.

Scriveva di uomini e donne che non scappavano. Che restavano, anche quando restare faceva male. In quello stare c’era la dignità. Nello sport, ha avuto il volto di Gigi Riva. Non nasce sardo. Lo diventa scegliendo di restare quando tutto gli diceva di andare via. Lo diventa rinunciando alle scorciatoie, alle luci più forti, ai successi più comodi. Lo diventa trasformando la fedeltà in una forma di forza. Come i personaggi di Deledda, Riva non fugge diventando parte di quella stessa terra morale, ruvida, leale, esigente.

Nei suoi libri la dignità è carattere. E la giovinezza non è una stagione leggera: è il primo banco di prova. Non si cresce diventando invincibili, ma restando interi mentre il vento passa.

Cagliari vs Roma Primavera nasce dentro questa stessa eredità invisibile.

Il cielo sopra il Crai Sport Center è chiaro, aperto, quasi indulgente. È una bella giornata d’inverno sardo. Il sole illumina il campo senza scaldarlo troppo, la luce è netta, pulita, e accompagna i movimenti senza abbagliare. La temperatura, attorno ai 15-16 gradi, è mite per gennaio: non è caldo, ma è quel freddo gentile che permette di respirare a fondo, di sentire il corpo presente senza difendersi. Il vento c’è, inevitabile, ma non è cattivo. Muove l’aria, increspa le maglie, ricorda a tutti che qui nulla è mai immobile. È una giornata che sembra fatta apposta per mettere alla prova non la resistenza fisica, ma la capacità di stare dentro le cose. Dentro il campo. Dentro il momento.

All’inizio il campo è intatto, quasi innocente, sono le ore 13. I ragazzi corrono con entusiasmo, con la leggerezza di chi sente ancora il gioco come possibilità. Ma il vento vero è già lì. È il momento in cui il calcio smette di proteggere e comincia a chiedere presenza e responsabilità.

Il Cagliari soffia subito sulle fasce. Al 3’ Grandu scatta sulla sinistra come una raffica improvvisa, sfrutta un rimbalzo cattivo e supera Lulli. Serve Cavuoti, che calcia senza forza. Il portiere Marcaccini raccoglie quel pallone come si raccoglie un primo avvertimento, con calma, senza rumore. È il gesto di chi capisce che non sarà una partita comoda.

Al 10’ Mendy prova ancora. Si misura con Seck, corpo contro corpo, come due canne che si sfiorano nel vento. Il cross finisce lungo. Non tutto ciò che spinge trova spazio.

La Roma prende lentamente forma. Lulli corre sulla fascia come chi cerca aria. Bah resta in mezzo nonostante il dolore, come una radice che tiene. Di Nunzio si muove tra le linee come un punto fermo nel disordine, cercando il luogo esatto in cui stare.

Il gol nasce dal caos. Un pallone che torna indietro storto, una difesa che prova a liberare. È il momento in cui l’azione sembra finita.

Della Rocca no. Lui resta dentro l’azione come si resta dentro un momento difficile. Dentro l’incertezza, dentro il compito. Tecnicamente è un gol sporco. Umanamente è limpido. È il gesto di chi ha capito che la maturità non arriva quando tutto è chiaro, ma quando scegli di non uscire dal momento difficile, e lui è lì. Pronto. Presente. Segna al 14’ (0-1).

Della Rocca gioca così tutta la partita. Lavora tra le linee, connette, offre soluzioni. Non cerca di emergere, cerca di tenere insieme. Quando esce, non lascia solo uno spazio tattico, ma un segnale chiaro: quel ruolo pesa. E qualcuno deve portarlo.

Al 23’ Morucci compie lo stesso passaggio, su un piano ancora più sottile. Riceve al limite, alza lo sguardo per un istante che non è esitazione, ma scelta consapevole. Poi calcia. Il tiro a giro è pulito, definitivo. Gol (0-2). Ma ciò che colpisce davvero non è il gesto tecnico, è la calma. È la capacità di reggere il momento senza fuggire. Nel linguaggio umano significa affidabilità.

Morucci non cerca l’applauso immediato, non cerca la riva più vicina. Resta in mezzo al mare perché sa che è lì che si costruisce la fiducia del gruppo. Il talento, quando cresce davvero, smette di essere privilegio e diventa responsabilità. Questo è un passaggio identitario, non tecnico.

Nel secondo tempo il Cagliari cambia volto. Cambia uomini, cambia coraggio. Il vento ora soffia contro. La Roma soffre.

Cavuoti corre e crossa come chi lancia una corda. Mendy avanza, si misura ancora. Al 72’ Hamdaoua scivola sulla sinistra come un’onda improvvisa e mette in mezzo. Mendy arriva e colpisce (1-2).

Negli ultimi minuti Marcaccini esce dall’area come chi sente che restare fermo sarebbe peggio. All’81’ colpisce di testa due volte fuori dai pali, come un guardiano che non arretra.

Poi l’errore. Al 90’+3 esce ancora. Il rinvio è sbagliato. La palla finisce a Cogoni. Porta vuota. Il tiro parte.

La traversa vibra. Il pallone danza sulla linea come un respiro sospeso. Non entra. È il vento che soffia più forte. La Roma resta in piedi.

Il fischio finale arriva come una liberazione. La Roma vince, quota 36 in classifica e 1ª posizione. Il pareggio della Fiorentina e la caduta dell’Inter hanno completato un quadro perfetto.

Ma questa partita non ha insegnato a vincere ma a sbagliare senza fuggire. Della Rocca ha segnato restando. Morucci ha fermato il tempo. Di Nunzio ha tenuto insieme il caos. Marcaccini ha attraversato anche l’errore.

Roma e Cagliari si somigliano più di quanto sembri: entrambe sanno che formare un calciatore significa prima di tutto formare un carattere capace di attraversare i cambiamenti senza perdersi.

In questo senso Roma e Cagliari non si incontrano per caso. Nel tempo si sono riconosciute anche attraverso i loro uomini. Non scambi rumorosi, ma passaggi coerenti. Da Astori a Castán, dai percorsi silenziosi delle Primavere, il filo non è mai stato l’opportunismo, ma il rispetto. Non tradimenti, ma testimoni che passano di mano.

Quando il pallone smette di rotolare e i ragazzi restano un attimo fermi sul campo, si capisce che questa partita non appartiene solo a novanta minuti. Appartiene a una storia più lunga. Quella delle identità che non si improvvisano.

La partita è finita. La formazione continua.

E il cuore registra la lezione più importante: questa partita non chiedeva perfezione, ma fedeltà. Ragazzi che hanno imparato a stare nel vento senza perdere dignità.

Grazia Deledda lo avrebbe detto così: non serve essere più forti del vento, basta non spezzarsi.

Gigi Riva lo ha vissuto tutta la vita. Questa Roma Primavera, oggi, lo sta imparando.

«Ho fatto la mia scelta e l’ho difesa fino in fondo» (Gigi Riva).

Sabrina Bastari – Roma Club Testaccio