C’è un’Italia che non aspetta di diventare grande per comportarsi da grande.
A Tallinn, sotto un cielo che sembrava fatto apposta per allungare i minuti e rendere più pesante ogni respiro, l’Under 17 di Daniele Franceschini ha vinto l’Europeo battendo il Belgio dopo una finale ruvida, nervosa, imperfetta, bellissima. Una di quelle partite che hanno dentro paura, lucidità, gambe stanche, mani fredde, maglie tolte per gioia e rigori calciati come se il mondo fosse tutto lì, undici metri davanti.
Il Belgio l’aveva sbloccata all’85’, quando Ojea aveva trovato il varco con il mancino e aveva fatto tremare l’Italia proprio sul bordo della notte. Cinque minuti alla fine, una finale che sembrava scivolare via, il pallone che all’improvviso diventa più pesante, i pensieri che corrono più delle gambe.
Poi è successo ciò che spesso distingue una squadra giovane da una squadra già adulta: gli Azzurrini non si sono scomposti. Hanno continuato a stare dentro la partita. Non hanno cercato l’alibi dell’età, della stanchezza, del destino.
All’88’ è arrivato il rigore, nato da un tocco di mano belga sugli sviluppi di un corner. Al 90’ Marcello Fugazzola, entrato da pochissimo, ha preso il pallone e lo ha trasformato in una cosa enorme: sinistro glaciale, portiere quasi sulla traiettoria, palla dentro.
Fugazzola non ha segnato soltanto un rigore. Ha riaperto una porta.
E l’Italia, da quella porta, è entrata nella storia.
La finale è diventata una cartolina spedita dal futuro. Da una parte i ragazzi, con i loro volti ancora adolescenti e la capacità già adulta di restare in piedi. Dall’altra il calcio italiano, quello dei grandi, che da anni cerca una direzione, una voce, un’identità riconoscibile. Gli Azzurrini hanno scritto un messaggio semplice: il talento c’è, il coraggio anche, la fame pure. Bisogna solo costruire ponti veri, non vetrine.
Il percorso dell’Italia in questo Europeo racconta molto più di una coppa. Il debutto contro la Francia, vinto 1-0 con il gol di Diego Perillo, ha dato subito il tono: solidità, misura, concretezza. Poi il 3-0 al Montenegro con Ballarin, Corigliano e Fugazzola, una prova di qualità e controllo. Infine il 3-3 con la Danimarca, una partita sporca e formativa, chiusa con il primo posto nel girone grazie ai gol di Biondini, Dattilo e Donato. In semifinale, contro la Spagna, è arrivata la grande prova di resistenza emotiva: 1-1 nei tempi regolamentari, poi rigori, poi Christian Lupo.

Lupo è stato il filo rosso dell’Europeo azzurro. Portiere del Lecce, classe 2009, ha dato alla squadra qualcosa che nei tornei giovanili vale doppio: sicurezza emotiva. In semifinale aveva già parato tre rigori complessivi, uno durante la partita e due nella serie finale. Contro il Belgio ha continuato a vivere la porta come una stanza sua. Ha chiuso spazi, ha sporcato traiettorie, ha tenuto l’Italia aggrappata alla partita nei momenti in cui il Belgio sembrava poterla piegare.
Accanto a lui, c’è stato il lavoro silenzioso della difesa. Varali, del Parma, ha murato una conclusione pesante al 53’. Bonifazi, della Roma, ha tenuto duelli complicati. Dattilo, anche lui romanista, ha dato ampiezza e personalità, provando anche la conclusione dalla distanza. In mezzo, Biondini dell’Empoli ha portato ordine e responsabilità.
Davanti, Perillo è stato la presenza costante. Non solo il nome del gol alla Francia, non solo il ragazzo dell’Empoli capace di segnare e legare il gioco, ma anche l’ultimo uomo della finale: quello che va sul dischetto quando ormai ogni battito sembra fare rumore. Il suo rigore decisivo non è soltanto una firma. È il punto alla fine di una frase scritta da tutti.
E poi ci sono gli ingressi, fondamentali in una finale così. Casagrande dell’Hellas Verona ha dato energia, coraggio, una conclusione deviata e un rigore segnato. Landi ha provato a spaccare la linea belga. Fugazzola, Atalanta, è diventato il volto del minuto che cambia tutto: entra, si prende il peso del pallone, pareggia, segna anche dal dischetto.
Questa Italia Under 17 ha vinto perché ha avuto talento, ma soprattutto perché ha avuto tenuta. E la tenuta, a quell’età, è forse il segnale più prezioso. I ragazzi forti sanno fare una giocata. I ragazzi destinati a crescere sanno reggere il momento in cui la giocata non basta più.
Il contrasto con la Nazionale maggiore viene naturale, quasi inevitabile. Gli Azzurri dei grandi stanno vivendo una fase di ricostruzione, tra panchina ad interim, giovani lanciati in amichevole e la necessità di ritrovare credibilità dopo stagioni pesanti. Gli Azzurrini, invece, sembrano oggi il lato più vivo del sistema: non una favola da usare per consolarsi, ma un patrimonio da proteggere con serietà.
Il rischio sarebbe fare retorica: dire che “il futuro è salvo” solo perché un gruppo Under 17 ha vinto. Il futuro non si salva da solo. Va accompagnato. Va allenato. Va messo nelle condizioni di sbagliare, maturare, salire di categoria, giocare, affrontare il calcio vero senza essere bruciato né dimenticato.
Però questa finale dice qualcosa di forte. Dice che il calcio italiano, nelle sue radici giovanili, produce ancora carattere, tecnica, portieri decisivi, attaccanti freddi, centrocampisti pensanti, difensori coraggiosi. Dice che il problema non è il talento che manca, ma il percorso che spesso si interrompe.
A Tallinn, l’Italia Under 17 non ha solo alzato una coppa. Ha acceso una domanda.
Siamo capaci, adesso, di non perdere questi ragazzi?
La risposta non può stare tutta in una notte. Ma questa notte, almeno, ha avuto una luce limpida. Una luce giovane, azzurra, ostinata. La luce di una squadra che al 85’ era sotto, al 90’ era viva, e pochi minuti dopo era campione d’Europa.
Una cartolina dal futuro, appunto. Firmata dagli Azzurrini.








Per questa notte Sabrina , l’Italia ha vinto.
Siamo campioni adolescenziali di tutta Europa, un adolescenza mia, nostra, di tutti noi italiani, ho visto in loro emotività e tecnica ancora grezze ma pure, la new generation che grida alla vittoria con occhiali da sole e storie sui social.
Come dici tu non abbiamo più scuse, il talento c’è i campioncini di oggi ci sono, chi comanda , chi dovrebbe dare l’esempio sarà in grado di crescere e tutelare questi ragazzi?
Un occhio dí rigurgardo a lupo e fugazzola, fondamentali per mettere il punto su questa competizione.
E grazie Sabrina per averci raccontato con emozione, empatia e severità verso questo nostro marcio mondo degli adulti, traspare tanto tutto l’ amore e la protezione che hai verso i giovani, ancora tanti complimenti per questo articolo, ma per oggi godiamoci la festa.
SIAMO CAMPIONI D’EUROPA.