ATALANTA VS ROMA PRIMAVERA 2-1: LA PARETE DI ZINGONIA

Foto di proprietà di Canary Media (Jimmy Chin)

Al Centro Sportivo Bortolotti di Zingonia, nella 32ª giornata del campionato Primavera 1, la Roma perde 2-1 contro l’Atalanta, lascia il primo posto al Parma e riapre perfino il rischio di scivolare fino al quarto, con Fiorentina a quota 53 e Cesena a 52. Ma la sconfitta giallorossa non assomiglia soltanto a una frenata di classifica: somiglia a una salita interrotta proprio nel punto in cui la vetta entra negli occhi e chiede più lucidità che coraggio.

Alex Honnold entra nell’immaginario sportivo contemporaneo il 3 giugno 2017, quando diventa il primo uomo a salire in free solo El Capitan, la parete simbolo di Yosemite: quasi tremila piedi di granito, nessuna corda, nessuna protezione, nessun margine concesso all’errore. La sua impresa vive anche nel film Free Solo, ma il dettaglio più forte non è soltanto l’audacia: è la pulizia mentale con cui lui stesso la racconta.

“I knew exactly what to do the whole way. A lot of the handholds feel like old friends.” Sapevo esattamente cosa fare per tutto il percorso. Molte prese mi sembravano vecchi amici.

È una frase che sembra scritta per il calcio dei giovani: non basta salire, bisogna riconoscere gli appigli quando la parete si alza, quando il vuoto si vede, quando il talento deve diventare controllo. A Zingonia la Roma ha la salita nelle gambe, ma non ha ancora fino in fondo quella freddezza da alta quota che impedisce alla mano di tremare proprio sul passaggio decisivo.

La squadra di Guidi legge bene la parete e non la aggredisce con ansia. Cama e Almaviva cercano subito una fessura viva sulla sinistra, Di Nunzio si abbassa per piantare una presa più sicura all’uscita bassa, Arena offre il proprio corpo come uno spigolo robusto a cui appendere la manovra, Maccaroni si muove da traverso intelligente, quasi rispettasse la linea della roccia invece di volerla forzare. E dentro questa salita composta, già al 19’, arriva il primo appiglio pieno: corner di Almaviva, elevazione di Seck, colpo di testa che inchioda la Roma in quota e la porta avanti (0-1).

Immagini da SportItaliaTV

Seck è il primo simbolo del pomeriggio proprio perché in lui convivono vetta e crepa. È il difensore che attacca l’aria come fosse una placca sua, che sale sopra tutti, che trasforma un pallone inattivo in una presa netta, verticale, quasi solenne. La sua non è una gara da giudicare in bianco o nero: è la prova vera di un giovane forte, pieno di sostanza, già ricco di parete nelle mani, ma ancora non del tutto levigato nel tratto in cui la roccia cambia pendenza e pretende silenzio interiore.

Accanto a lui, però, Nardin arrampica con meno rumore e più equilibrio. Il suo salvataggio quasi sulla linea nel primo tempo è una mano infilata all’ultimo in una fessura strettissima per evitare la caduta. In mezzo al tremore generale, è il romanista che tiene la postura più salda.

E dentro la prima metà della salita romanista Bah e Lulli sono due appoggi veri della partita. Bah mette nella Roma una gamba verticale, nervosa, viva: non resta soltanto aderente alla roccia, prova anche a strapparla, a cambiare inclinazione all’azione. Quando Baldo è costretto a stenderlo in ripartenza e si prende il giallo, si capisce quanto il suo passo pesi sulla parete. Lulli, dall’altra parte, interpreta la salita con un altro stile: più sobrio, ma prezioso. Tiene la corsia, accompagna, dà ampiezza, resta un appiglio pulito dentro una manovra che all’inizio ha bisogno proprio di questo, di prese semplici e affidabili. Bah e Lulli, insieme, sono due modi diversi ma complementari di stare sulla roccia: uno più di strappo, l’altro più di continuità. Ed è anche grazie a loro se per lunghi tratti la Roma dà davvero l’impressione di sapere dove mettere mani e piedi.

Poi c’è Almaviva, e qui la parete diventa quasi struggente. I suoi tocchi continuano a dare alla Roma un’eleganza sottile, da roccia letta prima ancora che toccata.

Arena, invece, è il grande appiglio strutturale dell’attacco romanista. Non è la cima fotografata: è la presa senza la quale non si sale. Lavora spalle alla porta, protegge palloni, assorbe contatti, offre alla squadra una sporgenza stabile da cui ripartire.

Anche Maccaroni appartiene a questa stessa famiglia tecnica e morale: non pianta la bandiera, tiene insieme il campo base. Accompagna, rifinisce, apre il corridoio che porta Arena verso il rigore, resta uno dei pochi a conservare continuità di lettura quando la roccia della partita si sporca. Di Nunzio, da parte sua, prova a leggere la parete con la testa prima che con il fiato: si abbassa, ordina, poi nella ripresa tenta anche da fuori, come chi, non trovando più la fessura pulita, cerca una variante di via.

La vera frattura arriva tra la fine del primo tempo e l’inizio del secondo. Il pari di Baldo al 45’ è già una ferita pesantissima, perché concedere appiglio proprio quando si intravede il pianerottolo dell’intervallo significa sentire la parete inclinarsi due volte, nel punteggio e nella fiducia.

Ma al 56’ la parete presenta il passaggio chiave: combinazione stretta, tiro di Arena, braccio largo di Isoa, rigore per la Roma. È l’appiglio decisivo, la presa che può rimettere la squadra sopra lo strapiombo.

Almaviva va sul dischetto, Anelli respinge. E lì la partita cambia respiro. Per un giocatore creativo, sbagliare proprio sul passaggio più esposto non è soltanto un errore tecnico: è una scheggia che entra nella fiducia, una polvere sottile che sporca per qualche minuto il rapporto tra corpo e gesto. Almaviva non perde il suo calcio, ma perde per un attimo quella limpidezza assoluta che serve per toccare la parete senza sentirla scivolare via.

Il colpo che spezza davvero la salita arriva al 60’, subito dopo il rigore fallito: Baldo rifinisce, Camara si infila, la linea romanista si apre, De Marzi viene battuto e la parete si fa improvvisamente estranea. Anche il portiere vive qui il lato più nudo del ruolo: respinge corto sull’1-1, poi subisce il 2-1. Non è una bocciatura, è la durezza di una posizione in cui ogni minima sbavatura diventa parete che si spalanca.

E in fondo tutto il senso della gara sta qui: la Roma non viene tradita dall’assenza di qualità, ma dall’impossibilità, in quel tratto, di trasformare la qualità in presa sicura.

Anche i cambi raccontano una squadra che prova a cercare un’altra via mentre la roccia si irrigidisce. Terlizzi entra con ordine, quasi da presa semplice ma affidabile. Belmonte è il cambio più vivo: porta ossigeno, un po’ di magnesite fresca alla trequarti, prova a rimettere movimento dove le mani degli altri si stanno facendo lucide di fatica. Carlaccini merita però uno sguardo più giusto e meno sommario. Il suo ingresso è tormentato, sì, perché arriva la disattenzione e poi il fallo su Baldo che gli costa il giallo. Ma proprio per questo è umano, formativo, vero: ci sono giovani che crescono in partite lisce, e altri che crescono in quei minuti in cui la parete non perdona nulla. Carlaccini entra quando la salita è già sporca, quando la roccia è già diventata più dura da leggere. E forse il punto non è l’errore in sé, ma il fatto che quel tratto gli consegni in pochi minuti una lezione intera sulla fatica, sul rischio e sulla responsabilità.

I ragazzi rimasti a disposizione meritano uno sguardo più attento, perché in una Primavera la panchina non è mai un luogo secondario: è una cengia di attesa, una parete ancora da scalare. Kilvinger, Marchetti, Arduini, Panico, Morucci e Scacchi disegnano l’idea stessa di una squadra che, anche quando perde presa, continua ad avere dietro di sé un’intera parete di futuro: un altro portiere, un altro difensore, altri pensieri di centrocampo, altre verticalità d’attacco. Quote ancora inesplorate, ragazzi che non entrano o entrano poco, ma che restano comunque lì, appesi alla partita, pronti a diventare la prossima presa sicura della salita romanista.

Finché la Roma riconosce la parete, finché le prese le sembrano amiche, la partita le appartiene. Poi arriva il momento che ogni salita vera conosce: una mano si stanca, un appiglio sembra meno saldo, il vuoto entra negli occhi. La Roma la cima la vede, quasi la tocca, ma proprio nel momento in cui dovrebbe fidarsi delle proprie mani sente la presa aprirsi.

E allora la lezione che lascia il Bortolotti è severa, ma preziosa: il talento ti porta sulla parete, il coraggio ti fa salire, ma la maturità nasce quando non lasci che il vuoto ti entri dentro proprio un metro sotto la vetta.

Honnold diventa leggenda non solo perché sale, ma perché su quella parete non tradisce mai il gesto.

La Roma, invece, a Zingonia tradisce per un attimo se stessa. E forse il dolore più grande sta tutto lì: non nella caduta, ma nell’aver sentito la cima così vicina da poterla quasi toccare. Con la classifica adesso accorciata alle spalle, il punto non è soltanto ripartire: è tornare sulla parete sapendo che il vuoto, stavolta, si vede meglio.

E proprio per questo, a tutta la Roma Primavera, a Guidi, allo staff e a chi continua a salire insieme a questi ragazzi, va un augurio sincero di buona Pasqua: che sia un tempo di respiro, di mani più salde, di fiducia ritrovata e di sguardi ancora alti. Perché anche le salite interrotte, a volte, insegnano come tornare a prendere la parete con più verità.

di Sabrina Bastari RC Testaccio