ROMA PRIMAVERA, UNA LUPA NASCE A NATALE. VITTORIA DI MISURA CON IL VERONA E PRIMATO IN CLASSIFICA.

Photo by Luciano Rossi/AS Roma via Getty Images)

Il Natale, prima di diventare festa, è stato tempo. Non una data, non un rito, ma un passaggio riconosciuto dagli uomini molto prima dei calendari. Il solstizio d’inverno: il punto più buio dell’anno, quando il sole sembra fermarsi e l’umanità comprende che non tutto ciò che conta si manifesta subito. Nelle culture antiche non si celebrava la vittoria della luce, ma la sua promessa. Si abbassavano i rumori, si proteggevano i fuochi, si stringevano le comunità e non era il tempo del fare, ma del custodire e del resistere insieme.

Quel significato profondo, storico, antropologico, non si è perso, anche quando il Natale ha cambiato nomi, simboli, riti. È rimasto come archetipo: il momento in cui l’uomo impara a restare nel buio senza rompersi, a fidarsi di ciò che sta lavorando sotto la superficie. È il tempo dell’attesa fertile, non dell’immediato.

Accanto a me c’è una bambina di otto anni. Otto come le punte della stella che si mette in cima all’albero. Indossa una sciarpa giallorossa troppo lunga, che le scende sul petto e le sfiora le ginocchia. Le sue manine, molli e fredde, stringono quella lana come si stringono le cose importanti quando ancora non sai spiegare perché lo sono. Guarda il campo con una concentrazione totale, come se il gioco si stesse raccontando solo per lei.

Il silenzio al Tre Fontane va e viene, come il respiro di una casa la sera della vigilia. Un applauso breve, poi di nuovo quiete. La bambina alza gli occhi e dice piano, quasi sottovoce: «Mamma che stanno aspettando?». Ha appena colto il senso del Natale, senza saperlo. Perché il Natale, nella sua radice più profonda, non è l’istante in cui accade qualcosa, ma il tempo in cui tutti sanno che qualcosa deve accadere. Il silenzio che la bambina percepisce non è vuoto: è attesa condivisa. E i bambini lo capiscono prima degli adulti, perché non cercano il risultato, sentono il tempo.

La Roma gioca così: aspetta, costruisce senza forzare, resta compatta e non si scompone. È una partita raccolta. È il Natale antico, quello che non accende tutte le luci insieme, ma le accende una alla volta. La squadra di Guidi cammina, non corre; matura.

Eppure, dentro quella sospensione, c’è anche un dato concreto: la Roma è prima in classifica. I numeri raccontano una squadra in testa al campionato dopo 17 giornate, 30 punti, 9 vittorie, 3 pareggi, 5 sconfitte, 27 gol fatti e solo 14 subiti. Miglior differenza reti del campionato. Ma il Natale insegna che i numeri da soli non bastano. Contano i comportamenti. Restare insieme quando il gol non arriva. Restare ordinati quando il gioco si spegne.
Restare fedeli a ciò che si è. La Roma è tra le squadre più equilibrate del Campionato Primavera 1 2025/2026.

Il primo tempo scorre così. La Roma ha il possesso, prova combinazioni a centrocampo con Panico e Bah, ma non riesce a finalizzare con precisione. Le occasioni migliori arrivano da tiri da fuori o da cross non raccolti in area, come spesso accade a una squadra che cerca il gol senza strafare. Il Verona, fisico e aggressivo, alza il ritmo soprattutto nelle verticalizzazioni centrali e sulle transizioni rapide, mettendo alla prova la linea difensiva romanista.

La bambina segue il pallone come si segue una pallina di vetro nella neve: delicatamente, con gli occhi grandi. Ogni intervento difensivo suscita più sorrisi di un tiro in porta. Quando la Roma recupera palla, batte le mani forte, convinta che quello sia il modo giusto di giocare. «Mi piace quando si aiutano», dice. Senza saperlo ha appena raccontato l’essenza del settore giovanile: crescere insieme, non brillare da soli.

Nella ripresa il Verona sembra più pericoloso, la Roma perde un po’ di brillantezza sulle fasce e il gioco si sporca. È il momento in cui molte squadre giovani rischiano di disunirsi. In panchina, però, Guidi non si agita, osserva con calma, corregge distanze, non emozioni. Inserisce Marchetti e Litti per dare equilibrio e freschezza, una scelta che racconta la visione pedagogica della squadra: non un’illusione istantanea, ma uno sviluppo continuo.

Poi, come accade nei momenti più autentici del Natale, il momento arriva. All’81’ Litti rompe una linea con un movimento preciso: non è una giocata improvvisa, è una lettura. Arena non chiede palla: si muove nello spazio, controlla con semplicità e la tocca dentro. Gol. È una nascita più che un’esplosione (1-0).

La bambina resta ferma. Per un secondo, due. Come se il suo cuore avesse saltato un battito. Intorno, gli adulti iniziano a gridare «Forza Roma…», prima sicuri, poi sempre più forti. Lei ascolta, riconosce quelle parole, le ripete piano all’inizio, come si fa con parole che ti entrano nel cuore prima di uscire dalla bocca.

Poi succede qualcosa. Qualcosa che non viene dagli altri. Le mani cominciano a tremare sotto la sciarpa, il viso si illumina. La bambina prende fiato, un po’ timida, un po’ coraggiosa, e con tutta la voce che ha dice: «Forza Roma sempre!» Non è più un’eco. È una scelta.

In quel grido nasce una lupacchiotta: non perché la Roma segna, ma perché lei sente di appartenere. Perché ha visto una squadra che non scappa, che si protegge. Perché il rosso ha scaldato le sue guance e il giallo ha acceso i suoi occhi, come le luci dell’albero agli ultimi giorni dell’anno.

Nel finale c’è ancora da soffrire. Al 92’ una traversa vibra dopo un tiro del Verona. La Roma resiste. Non arretra con paura, non si disunisce. La bambina stringe la sciarpa con tutte e due le mani. Il rumore la fa sobbalzare. Poi ride piano. «Non è successo niente».

Quando l’arbitro fischia, è un sospiro di sollievo collettivo. Guidi, a fine partita, lo dirà così: «Sapevamo che c’era da soffrire, ma siamo rimasti compatti. Quello che stiamo seminando ci darà una bella raccolta». Parole che sembrano uscite da un presepe più che da una conferenza stampa, e forse è giusto così: semine, attese, raccolti non appartengono solo al campo, ma alla vita.

Mentre si va via, le luci della città sono più morbide, come se la notte avesse deciso di lenire tutto. La bambina si ferma e chiude gli occhi. Con voce piccola, ma piena di convinzione, chiede a Babbo Natale: «Io voglio un regalo…Che stiano sempre insieme e che si aiutino».  Riapre gli occhi e sorride: «Tanto lui capisce».

Il Natale non celebra il compimento, ma l’inizio silenzioso, la fiducia che ciò che nasce piano durerà più a lungo. È una pedagogia antica: insegnare a custodire prima di possedere, ad attendere prima di pretendere, ad amare prima di capire. È così che nasce una squadra. È così che nasce una lupa.

«Caro Babbo Natale, oggi sono stata allo stadio.
Era la prima volta e mi batteva il cuore fortissimo, come quando sogno.
Faceva freddo, ma io avevo caldo dentro.

Quando correvano mi veniva da correre anche a me.
Quando stavano vicino alla porta chiudevo gli occhi per la paura.
Mi stringevo la sciarpa forte forte…

Poi hanno fatto gol.
E io ho urlato fortissimo “Forza Romaaa…”
Ridevo e avevo le lacrime.
Non sapevo se saltare o abbracciare la mamma. Per favore fai che posso tornare.
Grazie Babbo Natale
».



Sabrina Bastari – Roma Club Testaccio