«Una donna deve avere denaro e una stanza tutta per sé».
La frase di Virginia Woolf continua a dire molto più di quanto sembri. Perché quella stanza, prima ancora di essere un luogo, è un riconoscimento: il diritto di stare in una scena senza dover continuamente giustificare la propria presenza. Nello sport, per molte donne, quella stanza coincide ancora con uno spazio da conquistare e da difendere: una tribuna stampa, una sala conferenze, un bordo campo, una voce autorevole, una professionalità da far valere ogni giorno.
Per questo nell’8 marzo, Giornata internazionale della donna, al Tre Fontane Roma vs Parma, gara valida per la 29ª giornata del Campionato Primavera 1, ha raccontato qualcosa che andava oltre il risultato.
La sconfitta per 0-1 della squadra di Guidi, decisa da Plicco all’83’, lascia infatti la Roma a quota 51 punti in classifica, con il peso di una gara in cui i giallorossi sono rimasti vivi e presenti, ma non abbastanza continui da restare padroni della propria partita fino in fondo.
Ed è una sensazione che, per una donna che lavora nello sport, non suona affatto lontana. Vale per la giornalista, per l’arbitra, per l’addetta stampa, per la dirigente, per chi organizza, racconta, coordina. Non basta entrare in scena: bisogna restarci. Restare credibili, lucide, autorevoli, proprio quando il contesto si restringe e il giudizio si fa più rapido. Anche la Roma, in questa sconfitta, ha raccontato qualcosa di simile: c’è stata, ma non ha governato davvero il momento decisivo.
Il Parma parte con coraggio. Al 4’ Mirra rischia su un pallone arretrato verso Cardinali e concede angolo. In quel gesto c’è una qualità che appartiene a molte donne nello sport: la prontezza di risposta, la capacità di intervenire subito dentro una difficoltà. Ma c’è anche ciò che spesso a una donna viene tolto: il diritto a sbagliare senza essere subito esposta a un giudizio più severo.
La Roma prova a rispondere con le sue connessioni. All’8’ una combinazione tra Nardin e Maccaroni porta Carlaccini a conquistare un corner; al 13’ Di Nunzio si apre il mancino dal limite, ma Astaldi controlla. In Carlaccini c’è la generosità di chi apre il campo per gli altri: la stessa qualità di tante donne che costruiscono, preparano, sostengono, ma ricevono meno luce di quanta ne meritino.
In Nardin c’è il coraggio di esporsi, di fare da ponte: la qualità di chi si assume un rischio e viene giudicata più per l’errore che per l’intenzione. In Di Nunzio c’è invece il tentativo di portare ordine e misura: la competenza di chi sa stare nel proprio ruolo, ma a cui spesso viene tolta l’autorevolezza naturale che agli uomini viene riconosciuta in anticipo.
La migliore trama del primo tempo arriva al 22’: cross di Carlaccini, torre di Nardin, colpo di testa di Della Rocca alto. È una bella azione, pulita, costruita bene e in Della Rocca si può leggere una qualità preziosa: l’intuizione del tempo giusto, la sensibilità nel sentire dove nasce l’occasione. Ma anche qui c’è una verità amara: vedere bene non basta, se il contesto non ti consegna fino in fondo il peso della tua lettura.
Poi il match si sporca. Al 27’ un errore di Nardin in verticale accende la reazione di Guidi; un minuto dopo il Parma ha una grande occasione con Gemello, che sbaglia davanti a Zelezny. È uno snodo chiaro: quando la Roma perde misura, concede campo e pericolo. Ma quell’errore racconta anche il prezzo di chi prova a cucire e non si nasconde. È la stessa condizione di tante donne che avanzano idee, prendono parola, si espongono. E troppo spesso vedono il proprio errore letto non come parte del processo, ma come prova di inadeguatezza.
Al 34’ arriva la giocata più elegante della mattinata romanista: Terlizzi riceve da Bah, calcia in caduta e costringe Astaldi a una bella risposta. In quel gesto c’è la sua firma migliore: compostezza, precisione, misura. Terlizzi somiglia a quelle donne che lavorano con studio e disciplina, ma alle quali il riconoscimento della competenza viene concesso sempre dopo, mai prima.

Se Terlizzi è l’esattezza, Bah è l’urgenza. La sua partita è imperfetta, ma viva: sbaglia, perde anche un pallone pesante, eppure resta uno dei pochi a tentare davvero di spezzare l’inerzia. Non aspetta che la partita gli consegni uno spazio: prova a prenderselo. È la stessa qualità della donna che avanza, che osa, che non chiede il permesso di esistere professionalmente. Ma sa anche che ogni sbavatura verrà pesata di più.
Il primo tempo si chiude con il gesto più importante di Zelezny, che salva la Roma su Nwajei dopo un pasticcio difensivo. È una parata che vale per il risultato, ma anche per ciò che rappresenta: la tenuta, la capacità di reggere la struttura quando intorno qualcosa si incrina. È una responsabilità silenziosa, di quelle che non occupano il centro della scena ma impediscono al resto di crollare. Ed è una qualità che moltissime donne conoscono bene: tenere insieme senza ricevere pienamente il riconoscimento di quel lavoro invisibile.
In mezzo a tutto questo, Arena vive una delle partite più difficili e più emblematiche. Si muove, lotta, chiede il pallone, prova ad allungare la squadra, ma viene servito poco e male. Il talento non manca: manca l’accompagnamento. È forse questa la mancanza più dolorosa, nel calcio come nella vita professionale di tante donne nello sport: non essere prive di qualità, ma essere lasciate troppo sole perché quelle qualità possano incidere davvero. Quello che spesso viene tolto loro non è il talento, ma il contesto necessario a trasformarlo in forza riconosciuta.
Anche Seck anticipa bene Cardinali ma poi rischia il pasticcio, e da lì nasce il tiro di Mikolajewski, mentre Maccaroni lavora in una zona meno vistosa ma necessaria, quella della cucitura e della connessione.
Seck ha la qualità della protezione lucida; Maccaroni quella del raccordo invisibile. Sono virtù profonde, spesso esercitate dalle donne nei gruppi di lavoro e troppo spesso svalutate proprio perché non rumorose.
Nella ripresa il Parma rientra meglio e la Roma perde progressivamente il centro del match. Ed è proprio qui che pesa di più l’assenza di Morucci: manca un riferimento capace di trasformare il possesso in calma, la fatica in ordine, il momento sporco in una zona più leggibile. Morucci racconta una qualità fondamentale: la presenza intesa come gravità, equilibrio, orientamento. È la stessa qualità di tante donne autorevoli, la cui sola presenza alza il livello dell’ambiente.
La Roma resta viva, ma intermittente. C’è, ma non governa. Almaviva entra con energia e porta dentro il finale il rifiuto di restare ai margini: anche questa è una qualità preziosa, quella di chi sa farsi trovare pronta con poco tempo e poco margine. Ma il Parma capisce dove affondare.
All’83’ Mikolajewski sfonda sulla destra, la difesa romanista si fa sorprendere, il suo passaggio orizzontale trova Plicco che salta Zelezny e firma lo 0-1. È il gol che decide la partita, ma anche quello che la spiega: il Parma riconosce prima lo spazio in cui colpire, la Roma lo perde un attimo prima.
Nel recupero 90’+3, Bonifazi al suo esordio, ha sul capo il pallone del possibile pareggio, ma lo manda alto. Poi il rosso a Guidi chiude una gara tesa, ruvida, incompiuta. Ma ciò che resta, più del tabellino, è la sensazione di una Roma che non è mancata per assenza di cuore. È mancata per continuità di peso.
Zelezny ha tenuto. Terlizzi ha portato misura. Bah ha osato. Arena ha resistito alla solitudine. Carlaccini ha aperto il campo con generosità. Di Nunzio ha cercato ordine. Nardin si è preso il rischio di esporsi. Seck ha protetto. Maccaroni ha cucito. Morucci, pur in panchina, ha confermato una verità sottile: certe presenze pesano anche quando non entrano, perché cambiano la gravità della squadra.
Virginia Woolf chiedeva per le donne una stanza tutta per sé.
Virginia Woolf chiamava “stanza” il diritto a uno spazio pieno, riconosciuto, non precario.
La Roma, contro il Parma, quel suo spazio lo ha avuto solo a intermittenza: abbastanza per farlo vedere, non abbastanza per custodirlo.
La prossima tappa sarà Fiorentina-Roma, 30ª giornata, al Viola Park di Bagno a Ripoli.
Ma il Tre Fontane, in questa Giornata internazionale della donna, lascia una lezione che supera il risultato.
di Sabrina Bastari – RC Testaccio








Una cronaca che racconta una partita avvincente e combattuta che ha spesso il colpo decisivo sul finale. L’aver “ affiancato “ Virginia wolf alla cronaca mi inebria… perché nel tuo stile di scrivere Sabrina ho sempre riconosciuto Jane Austen e proprio Virginia Wolf! Una delle sue opere meglio riuscite poi “ la stanza di Jacob “, la stanza che ritorna.. sarò ridondante ma leggerti è una trama di letteratura profonda, assimilata con lo studio e la vita. La partita la vivo, ma è il viatico per immergermi in emozioni che ho assaporato nei banchi universitari nel corso dei miei studi umanistici. Insomma… una sinergia di un elemento istintivo e popolare come la “ fede” per una squadra ed il sentimento della letteratura. Ed il tuo trattare argomenti sociali con questa elegante leggerezza.Hai veramente un talento e con serio lavoro dietro. Da solo uno o l’altro non basterebbero per questi risultati. Grazie per le emozioni. Questa volta avrei voluto essere al tre fontane… oggi sarebbe stato speciale.
Grazie di cuore, Alessandro.
Ritrovare nelle tue parole La stanza di Jacob e il legame tra “fede” e letteratura è un regalo bellissimo. Mi è dispiaciuto non averti sugli spalti oggi, ma leggerti è stato un incontro altrettanto prezioso.
8 marzo, la giornata mondiale della donna, innanzitutto tantissimi auguri di affetto e stima per te donna autrice di tantissimi bei articoli di questa nostra Roma primavera che ormai condividiamo da tempo, è sempre una gioia per gli occhi leggerti. Ed invito te e tutte le donne a credere sempre nei propri sogni, a saper osare, a comprendere e a sfruttare al meglio le proprie capacità con coraggio, senza paura di poter sbagliare ( concederselo è giusto ed umano ), di andare sempre avanti a testa alta e di non ascoltare le parole della gente e dell’invidia , anche perché di trogloditi ne è pieno il calcio ed il mondo e non avete bisogno del giudizio di qualche animale gregario, sappiate far scivolare le futilità e impugnare con forza le cose per voi importanti.
Io da fratello maggiore cerco sempre di essere un uomo da esempio e anche quest’anno invito agli uomini più ascolto ed alle donne di credere sempre in loro stesse perché la scalata è faticosa ma la vera sfida è rimanere in cima, ed oggi la nostra Roma ci ha dimostrato che a volte si può sbagliare e si può oscillare, ma l’obiettivo deve sempre rimanere nitido negli occhi di ognuno di noi, auguri donne , auguri Sabrina , per te solo il meglio , continua così .
Carpe diem.
Grazie di cuore, Davide. Le tue parole “da fratello maggiore” sono un incoraggiamento prezioso, specialmente in una giornata come questa.
Hai ragione: la vera sfida è saper osare e restare in cima con dignità, nonostante le asperità di un mondo spesso complicato. Grazie per la stima che mi dimostri sempre e per condividere con tanta passione questo cammino giallorosso.
Continueremo a guardare avanti, insieme e a testa alta.