Il fallo più grave non si vede in campo: è quando un uomo pensa “lei è mia”.

Non basta dire “stop alla violenza sulle donne”. Bisogna trovare il coraggio di scendere nel punto esatto in cui la violenza comincia, prima che si manifesti, prima che diventi urlo, pianto, ambulanza, tribunale. La violenza non inizia quando un uomo colpisce. Inizia quando, senza che nessuno se ne accorga, una donna smette di essere un soggetto e comincia a essere un possesso. Il cambiamento è invisibile: il sentimento smette di essere libertà e diventa dominio quando l’uomo, anche senza dirlo, anche senza esserne cosciente, pensa: “lei è mia”. E da quel momento l’amore non respira più. L’attenzione si trasforma in sorveglianza, la gelosia si veste da passione, la cura diventa controllo. Si stringe, e quando si stringe troppo, si rompe.

Ho visto uomini cambiare così, lentamente, senza accorgersene. Non perché fossero cattivi, ma perché nessuno gli aveva insegnato a stare dentro il proprio mondo emotivo. Non sapevano nominare la paura dell’abbandono, la fragilità, la gelosia, il timore di non valere abbastanza. E le emozioni non riconosciute diventavano controllo: un telefono spiato, una libertà limitata, amicizie tolte “per amore”, scelte condizionate “per protezione”. Pensavano di amare, ma stavano togliendo ossigeno. E quando togli l’aria a qualcuno, prima o poi soffochi.

Roma: solidarietà giallorossa a colpi di padel

Il progetto “Amami e Basta”, con cui la AS Roma ha portato 140 ragazzi a vedere il film “Mia” a Cinecittà, ha raccontato tutto questo nel modo più potente: non con una conferenza, ma con una storia possibile, comune, reale. Nessuno psicopatico, nessun criminale. Un ragazzo normale, una ragazza normale, un amore normale che lentamente si è trasformato in gabbia. È questa la verità che non vogliamo vedere: la violenza nasce nella normalità. Nella frase “sei tutto ciò che ho”, che sembra romantica e invece significa “non esistere senza di me”. Nel “ti amo troppo”, che sembra poesia e invece significa “ti voglio solo per me”. Nella gelosia considerata “prova d’amore”.

E tutto questo non succede solo nelle relazioni sentimentali. Succede anche nel calcio. Le donne lo sanno. E spesso lo tacciono per stanchezza.

Una donna allo stadio può essere accolta solo se bella, non se competente. Se parla di calcio viene interrotta, corretta, sminuita. Se analizza una partita con numeri e tattiche, le si risponde con battute sul suo aspetto. Se sostiene un dibattito sportivo viene sovrastata con toni più alti, non per chiarire ma per zittirla. Se va in TV o in radio, viene etichettata come “valletta”, anche quando ha una laurea, un brevetto UEFA, un master in scouting o una carriera giornalistica. Se indossa una maglia della Roma viene giudicata per come la indossa, non per ciò che dice. Se sta in curva e urla come tutti, “è una che vuole farsi notare”. Se resta in silenzio, “allora che ci fa qui?”. La donna deve sempre giustificare la propria presenza. L’uomo mai.

Nel mondo del calcio, l’uomo spesso accetta la donna solo se serve al suo immaginario, non se porta un pensiero. Una donna bella viene applaudita, una donna competente viene temuta. In mille stadi d’Italia, e non solo in curva ma nei bar, nei club, nei social, quando una donna parla, l’uomo sente di dover dimostrare qualcosa. Non ascolta: prevale. Non dialoga: domina. Non risponde: scavalca. È lo stesso schema delle relazioni tossiche: non sei valida per ciò che sei; sei valida solo se corrispondi a ciò che io desidero.

La radice è identica: la donna deve adattarsi all’ego maschile per essere accettata.

Ma non è la forza che manca agli uomini. Non il coraggio. Non la virilità. Manca l’educazione sentimentale. Abbiamo insegnato ai maschi a essere invincibili, impenetrabili, dominanti. Non abbiamo insegnato loro a perdere senza distruggersi, a essere rifiutati senza sbriciolarsi, a provare paura senza vergognarsi, a convivere con l’ego senza trasformarlo in arma. Un uomo che non sa gestire ciò che sente finirà inevitabilmente per controllare chi gli sta accanto.

Gli uomini però possono cambiare. E possono farlo senza perdere identità. L’uomo può essere grande senza dover rimpicciolire nessuno. Può ascoltare senza sentirsi minacciato. Può amare senza cancellare. Può proteggere senza rinchiudere. Può accettare che una donna sia competente senza percepirla come rivale. La vera forza non è dominare una donna: è dominare se stessi. Un uomo non diventa uomo quando conquista una donna. Diventa uomo quando non ha bisogno di conquistarla per sentirsi vivo.

Ed è qui che entra il tifo romanista. Perché se esiste un luogo dove l’identità maschile è totale, viscerale, orgogliosa, è la Curva Sud. E proprio per questo il tifo romanista può essere l’avanguardia di questa crescita culturale. Il romanista non è debole se rispetta una donna: è più grande. Il romanista che difende la donna che parla di calcio invece di zittirla onora la Roma. Il romanista che ascolta competenza femminile e la riconosce eleva la Roma. Il romanista che fa da scudo alle donne, nella curva, nelle dirette, nei club, nei social, non è “buono”: è forte. Perché la Roma non vince schiacciando: vince elevando. Perché la Roma non è possesso: è appartenenza.

Se i romanisti saranno i primi a mostrare che rispettare non è debolezza ma identità, allora la Curva Sud non sarà solo la più calda d’Italia, sarà la più grande culturalmente. Perché nella vita, come nel calcio, il fallo più grave non è quello che si vede in campo. Il fallo più grave è quando un uomo pensa “lei è mia”. E solo chi non ha bisogno di possedere… sa davvero amare. E solo chi sa davvero amare… sa veramente onorare la Roma.

Sabrina Bastari – Roma Fan Clubs