Il sogno Mondiale svanisce ai rigori: l’Italia Under 19 crolla sotto il peso dei suoi limiti

Non è bastato il cuore, non è bastato l’assalto finale, e non è bastata nemmeno quella superiorità tecnica che, sulla carta, avrebbe dovuto indirizzare lo spareggio Mondiale verso una conclusione ben meno drammatica. Danimarca-Italia Under 19 si trascina stancamente, dopo centoventi minuti di battaglia tattica e nervi tesi, verso la roulette russa dei calci di rigore. Un epilogo che, per quanto logico nell’economia di una partita bloccata, lascia un sapore amaro in bocca a chi sperava di vedere una Nazionale capace di chiudere i conti ben prima del 120’.

Va precisato che questo Danimarca-Italia non era una partita di contorno, bensì un crocevia storico e, per certi versi, inedito. Nonostante l’Italia fosse già stata estromessa dalle semifinali dell’Europeo Under 19 a causa del terzo posto nel girone, maturato per la beffa dei gol segnati rispetto alla Croazia, questo spareggio rappresentava un paracadute fondamentale. Per la prima volta nella storia della categoria, la UEFA ha infatti deciso che la qualificazione al Mondiale Under 20 del 2027 non sarebbe stata un’appendice automatica del piazzamento europeo, ma il frutto di un play-off secco. Una novità che ha caricato la sfida di una pressione psicologica immensa: novanta minuti (più eventuali supplementari e rigori) per decidere il destino di un’intera generazione, trasformando una partita di ripescaggio in una finale di fatto, dove il fallimento non ammetteva appelli.

Bollini ha costruito una squadra capace di produrre gioco, di arrivare con facilità negli ultimi venti metri, ma tragicamente sterile sotto porta. La tripla occasione sciupata al 60’ da Iddrissou, Liberali e Wiafe con la palla che sembrava stregata, è il manifesto di un’Italia che gioca un calcio pulito, spesso anche bello da vedere, ma che difetta di quella cattiveria agonistica necessaria per incidere nelle competizioni internazionali.

Il palo colpito da Wiafe nei supplementari è l’ennesimo schiaffo alla sorte, ma sarebbe troppo facile dare la colpa alla sfortuna. La verità è che questa Nazionale soffre di un cronico “vorrei ma non posso”. Quando il gioco si fa duro, quando la stanchezza annebbia le idee, l’Italia perde di lucidità, lasciando il fianco scoperto a contropiedi danesi che, per pura fortuna o per un prodigioso salvataggio sulla linea di Natali nel finale, non si sono trasformati in una beffa atroce.

La lotteria dei rigori ha emesso il suo verdetto, e purtroppo per gli Azzurrini il finale è di quelli che lasciano solo macerie. Dopo un’intensa sequenza dal dischetto, l’errore decisivo di Elimoghale, un pallone spedito alto, lontano dalle ambizioni mondiali, ha spalancato la strada al 5-4 finale della Danimarca, chiudendo il capitolo dell’Under 19 in un modo che definire beffardo è persino generoso

La sequenza dei rigori è stata lo specchio esatto della partita: un’Italia che segna, che prende il comando con il rigore di Marello e la parata provvidenziale di Pessina su Gothler, ma che poi si sgretola psicologicamente. L’errore di Natali, che ha calciato un rigore timido, quasi remissivo, ha riaperto la porta alla Danimarca, dando il via a un’altalena di errori e insicurezze.

Non è solo questione di tecnica, ma di tenuta mentale: in momenti in cui serve il “killer instinct”, questa squadra ha mostrato una fragilità disarmante, confermando quel limite strutturale già visto nei 120 minuti precedenti.

Siamo arrivati a questo epilogo dopo aver visto una partita, quella dei tempi regolamentari e supplementari, condizionata da un cooling break inspiegabile a 22 gradi.

È l’emblema di un calcio moderno che sta perdendo la sua anima, trasformandosi in un prodotto confezionato, igienizzato e privo di quella componente di “lotta” che dovrebbe caratterizzare lo sport.

Questa Italia è la vittima perfetta di questo sistema. Una squadra tecnicamente dotata, ma che sembra “addestrata” a giocare un calcio accademico, senza mai davvero sporcarsi le mani, senza mai quella cattiveria agonistica che serve per vincere quando le gambe tremano. E alla fine, quando la sorte ti mette davanti a un dischetto di rigore, non contano gli schemi o le direttive tattiche: conta il carattere.

Il sogno Mondiale 2027 svanisce ai rigori. È una sconfitta che brucia, e non solo per i ragazzi in campo. Brucia per chi, come noi che seguiamo, analizziamo e scriviamo di questi talenti, ripone in loro sogni e speranze editoriali, trasformando ogni partita in una narrazione di crescita.

Vedere tutto questo svanire tra le mani, con la sensazione di aver raccontato un’occasione sprecata, lascia un vuoto incolmabile. L’Italia torna a casa con il rammarico di chi ha avuto tra le mani la qualificazione e l’ha lasciata scivolare via, tra un palo colpito e un rigore sparato alto, vittima di un calcio che ha privilegiato le soste tattiche rispetto alla capacità di essere, semplicemente, più forti dell’avversario.

Ai ragazzi e a chi guida il loro percorso, vorrei rivolgere un augurio che va oltre l’amarezza del risultato. Il calcio, quello vero, quello che resta scolpito nella memoria dei tifosi e nella storia dei campioni, non è mai stato soltanto uno sport: è, prima di tutto, un atto di resistenza. È un campo di battaglia dove non vince chi è più protetto, ma chi è più affamato.

Perché se è vero che si può perdere una qualificazione, è imperdonabile perdere la propria anima sportiva per essersi dimenticati che il calcio non deve nulla a nessuno: tutto ciò che si ottiene è solo quello che si ha la forza di strappare con le unghie.

di Sabrina Bastari – RC Testaccio