Mezzogiorno al Tre Fontane: Roma Primavera vs Genoa è un western senza sangue, dove il duello resta negli sguardi!

ROME, ITALY - FEBRUARY 23: Giorgio De Marzo of AS Roma during the Primavera 1 match between AS Roma and Juventus at Stadio Tre Fontane on February 23, 2025 in Rome, Italy. (Photo by Fabio Rossi/AS Roma via Getty Images)

Il Tre Fontane, alle undici del mattino, non è un campo di calcio: è la strada principale di Laredo, avvolta nel silenzio spettrale che precede la resa dei conti. Undici gradi, una luce fredda che taglia le ombre, l’aria immobile. È il clima dei grandi classici, dove il sole a picco non scalda, ma fissa i protagonisti nell’istante prima dello sparo.

Roma e Genoa Primavera entrano in scena così: due bande di pistoleri che si scrutano sotto le tese dei cappelli, con la mano vicina alla fondina, consapevoli che il primo battito di ciglia sbagliato può essere fatale. Non ci saranno morti, ma non sarà un pareggio vuoto. Sarà un film di sguardi, di legni che tremano e di proiettili deviati dal vento.

Dalle rispettive panchine, i due sceriffi osservano la scena con la calma di chi sa che ogni mossa sposta l’equilibrio della frontiera.

Da una parte Federico Guidi, con l’esperienza di chi ha visto mille battaglie, la cui voce fuori campo aveva avvertito:

«Siamo come le luci di Natale: ci accendiamo e ci spegniamo di frequente».

Dall’altra, il nuovo sceriffo rossoblù, Jacopo Sbravati, deciso a far rispettare la legge del Grifone con un quadrato d’acciaio, ordinato e strutturato.

La pellicola subisce il primo scossone intorno al 12’, quando il Genoa rompe gli indugi e Nuredini prende la mira da posizione privilegiata. Il colpo sembra destinato a segno, ma Terlizzi si lancia sulla traiettoria facendo da scudo umano. È il proiettile murato dal portasigarette nel taschino: il protagonista è salvo, ma il pericolo è reale.

Al 20’ Panico vede il varco giusto e infila un filtrante perfetto per Morucci. L’unico che prova a riscrivere il copione con un tocco di genio. Salta Baccelli con un gioco di prestigio che ricorda i trucchi con le carte dei bari di frontiera, si crea lo spazio e calcia: la palla sibila nell’aria gelida. Il gol sembra scritto, il colpo finale pronto a partire. Ma proprio sul più bello la mano trema di un soffio: Morucci non trova il bersaglio a porta vuota.

Il Tre Fontane trattiene il fiato, poi rumoreggia. Nella frontiera, anche i pistoleri più rapidi sanno che basta un istante perché il destino cambi traiettoria.

Il Genoa torna alla carica al 39’, quando Nuredini ci riprova con ancora più cattiveria. È qui che sale in cattedra Giorgio De Marzi: una parata netta, un riflesso felino che strozza l’urlo dei liguri. Il colpo fischia vicino all’orecchio, ma la Roma resta in piedi, imperturbabile, mentre le squadre rientrano nel fumo degli spogliatoi.

Nella ripresa, la regia cambia. I giallorossi alzano il baricentro, stringendo l’assedio.

Si arriva così al climax della storia, scoccato il 62’: la scena madre che ogni spettatore ricorderà.

La palla arriva a Della Rocca, il tiro è pulito, una traiettoria perfetta che sa di vittoria definitiva. Il tempo si ferma, il Tre Fontane trattiene il respiro… ma il pallone sbatte contro il palo con un rintocco sinistro e torna indietro. La sorte, a volte, è il regista più crudele.

Al 75’, Guidi rimescola le carte inserendo nuovi attori, ma il Genoa di Sbravati non indietreggia di un millimetro.

Nel recupero la frontiera si infiamma. Al 90’ è Gibertini ad avere una grande occasione per il Genoa, ma la conclusione non trova il bersaglio.

L’ultimo brivido arriva in pieno recupero, al 93’, quando i titoli di coda sembrano già pronti per scorrere. Galvano svetta più alto di tutti su un calcio d’angolo: il suo colpo di testa è un dardo diretto all’angolo, ma De Marzi vola di nuovo. Un riflesso d’istinto puro che blinda la porta e mette fine alle ostilità.

Il fischio finale arriva come il silenzio dopo un duello in cui nessuno ha premuto il grilletto per primo.

Giorgio De Marzi, l’uomo che ha tenuto in piedi il forte, commenta la battaglia a fine gara con la freddezza di chi ha appena schivato un proiettile:

“Bisogna sempre essere concentrati fino alla fine perché un attimo, e una partita giocata bene poteva trasformarsi in un risultato negativo. Quando non si riesce a segnare, è fondamentale non prendere gol”.

Sull’ultimo miracolo al 93′, il portiere ammette che dietro l’istinto c’è il lavoro quotidiano:

“Sì, è stato istinto, ma ci lavoriamo durante la settimana. È stata una parata importante per questo punto, che per noi conta molto”.

Anche lo sceriffo Guidi mastica amaro e realtà:

«Solamente in poche partite abbiamo fatto quello che vedo durante gli allenamenti. Questo deve essere la normalità».

La sua Roma esce dal campo con un punto prezioso che la porta a 41, consapevole di saper soffrire, ma conscia di dover ancora imparare come far calare il sipario con una vittoria.

La polvere si posa lentamente sul Tre Fontane. Le pistole tornano nelle fondine, gli sguardi restano tesi. Il duello non ha un vincitore, ma lascia segni chiari: occasioni mancate, resistenza, nervi messi alla prova fino all’ultimo respiro.

La caccia, però, non si ferma. La prossima strada polverosa conduce a Milano, dove all’orizzonte attende l’Inter. Un’altra città di frontiera, un altro duello che pesa sulla classifica e sull’orgoglio. In certi western il colpo decisivo non arriva subito: serve pazienza, serve sangue freddo, serve la mano ferma quando il silenzio diventa assordante.

Ai pistoleri giallorossi l’augurio di portare con sé tutto ciò che questa battaglia ha insegnato. Perché sulla frontiera, prima o poi, arriva sempre il momento giusto per premere il grilletto.

Sabrina Bastari – Roma Club Testaccio