C’è un bambino che entra in campo senza pensarci. E poi ce n’è un altro che, prima di farlo, guarda attorno. Aspetta. Stringe il pallone come se potesse scivolargli dalle mani. Quando chiede “posso giocare?”, non lo fa con entusiasmo, ma con cautela. Come se stesse chiedendo il permesso di esistere.
Quel bambino corre tanto, forse troppo. Corre perché pensa che se si impegna abbastanza qualcuno lo noterà. Ma quando sbaglia, anche solo una volta, sente che qualcosa cambia. Non viene insultato. Nessuno lo caccia. Eppure capisce. Gli sguardi, i sospiri, il pallone che smette di arrivare. È così che funziona l’esclusione: ti fa sentire di troppo senza mai dirtelo davvero.
Questa scena non è un’eccezione. È la normalità per molti bambini che crescono sentendosi “diversi”. Ed è proprio da qui che nasce il senso profondo del progetto “Un gol per l’integrazione”.
Il 30 gennaio e il 6 febbraio 2026, presso il Polo della Carità “Don Pino Puglisi” di via Venafro a Roma, l’AS Roma, in collaborazione con la Lega Serie A, la Caritas Diocesana di Roma e la Presidenza del IV Municipio, ha dato vita a un’iniziativa che va oltre il calcio giocato.
Prima un workshop guidato dagli psicologi dell’AS Roma, dedicato al tema del razzismo, del rispetto e dell’inclusione. Poi una partita amichevole tra bambini italiani e stranieri, appartenenti alle parrocchie di Santa Maria del Soccorso, Sant’Igino Papa e San Michele, tutti con indosso le maglie della campagna “Keep Racism Out”.
Sul campo erano presenti anche due giovani calciatori della Primavera giallorossa, Mohamed Seck e Federico Nardin, insieme alle istituzioni locali e ai rappresentanti della Caritas. Ma la vera scena non era sugli spalti. Era nei piccoli gesti: un passaggio dato senza esitazione, un incoraggiamento, un sorriso condiviso.
Integrarsi non è entrare in un gruppo già formato. È essere accolti senza dover dimostrare di meritarselo.
Per molti bambini, invece, l’integrazione è fatica quotidiana. È imparare una lingua che non è solo fatta di parole, ma di abitudini, sguardi, regole non scritte. È trattenere le emozioni per non sembrare “troppo”. È crescere con la sensazione di essere sempre in prova.
La ferita più profonda non è l’insulto, ma l’invisibilità. Quando non vieni chiamato per nome. Quando il tuo errore pesa di più. Quando capisci che puoi restare solo se occupi meno spazio.
Ed è qui che iniziative come questa diventano fondamentali: perché rompono il silenzio. Dicono ai bambini esclusi che ciò che sentono è reale. E dicono a chi esclude, spesso senza rendersene conto, che può scegliere di fare diversamente.
In Italia parliamo spesso di razzismo solo quando esplode negli stadi professionistici. Ma il problema nasce molto prima, nei settori giovanili, nei cortili, nelle scuole. Nasce quando un bambino impara che “diverso” è sinonimo di “scomodo”.
Se non interveniamo lì, continuiamo a curare i sintomi e non la causa. Educare all’inclusione da piccoli non è buonismo: è prevenzione sociale.
In Europa e nel mondo esistono campagne, slogan, giornate simboliche. Tutte importanti. Ma insufficienti se non accompagnate da percorsi educativi reali. Il razzismo non si elimina solo punendo: si riduce insegnando empatia, spiegando cosa prova chi resta fuori.
Il calcio, sport globale per eccellenza, ha una responsabilità enorme. Può essere specchio delle peggiori derive sociali, ma anche uno degli strumenti educativi più potenti che abbiamo, perché parla a tutti, senza bisogno di traduzioni.
Sul campo succede qualcosa che altrove non accade. Si impara che senza l’altro non vinci. Che la squadra funziona solo se nessuno viene lasciato indietro. Che il talento non basta se non c’è fiducia.
Lo sport educa al limite, all’errore, alla collaborazione. Ma soprattutto educa alla convivenza. E quando è guidato, quando è pensato, quando è accompagnato da momenti di riflessione, diventa una vera scuola di cittadinanza.
Forse quei bambini torneranno a casa e non tutto sarà diverso. Forse qualcuno continuerà a sentirsi fuori posto. Ma per un giorno, per una partita, per un passaggio fatto senza paura, qualcosa si è rotto: il meccanismo dell’esclusione.
“Un gol per l’integrazione” non cambia il mondo. Ma cambia il modo in cui qualcuno guarda se stesso.
E questo, a volte, è il primo passo per cambiare tutto.
Perché l’inclusione non è un gesto straordinario. È la scelta quotidiana di non voltarsi dall’altra parte
quando qualcuno resta fuori dal gioco.
di Sabrina Bastari – La Lupa Rossa
RC Testaccio








C’è un bambino in tutti noi che vorrebbe ancora giocare, tornare a dondolarsi su un altalena, fare ancora i castelli di sabbia, giocare a palla di neve, tante volte la società odierna ci impone che la vita adulta debba essere irrimediabilmente e senza alcuna via di fuga,austera, quasi come se fossimo conficcati in della pietra prendendo forzatamente la forma che la società vuole.
Gaber diceva “ la libertà è come un orchestra dove tutti gli strumenti diversi fra loro, ognuno suona come vuole e tutti quanti suonano come vuole la libertà “ triste non trovate?
Ed invece la libertà è dentro ognuno di noi, riappacificandoci con i bambini che portiamo nel nostro cuore, a volte dai smetterla di prendersi sempre così sul serio.
Come tu dici Sabrina è necessario insegnare fin da piccoli l’empatia, l’educazione emotiva, la vera libertà è la partecipazione.
Grandiosi anche le parrocchie e tutti gli enti che non si sono arresi e che ci credono ancora, perché un uomo sano nasce da un bambino compreso e felice di aver giocato tanto.
Sei un tesoro di scrittrice.