EMPOLI VS CASELLINA 40-0: LA SCALA SPEZZATA DEL CALCIO ITALIANO

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Il calcio italiano oggi non assomiglia a una casa crollata. Assomiglia a una casa in cui le fondamenta resistono, i corridoi hanno ancora voce, ma la tromba delle scale si interrompe nel punto esatto in cui bisognerebbe salire. La Nazionale maggiore è rimasta fuori dal Mondiale per la terza volta consecutiva, battuta dalla Bosnia ai rigori dopo l’1-1 di Zenica, e il trauma non è solo sportivo: è storico, simbolico, quasi biografico per un Paese che nel calcio ha sempre letto una parte di sé. Andrea Abodi, nelle ore successive, ha parlato di rifondazione e ha evocato il tema della dignità istituzionale; dall’estero, il Guardian ha scritto che il fallimento non può più essere raccontato come un incidente, ma come la ripetizione di un copione che dura da troppo tempo.

Eppure, mentre il soffitto della maggiore si incrina, i piani inferiori continuano a produrre segnali opposti. L’Under 21 ha battuto 4-0 la Macedonia del Nord e 4-0 la Svezia, restando in scia della Polonia nel girone; l’Under 19 ha pareggiato 1-1 con la Turchia e si è qualificata alla fase finale dell’Europeo in Galles; l’Under 18 ha chiuso al primo posto il suo gruppo di qualificazione con 7 punti, dopo il 3-0 alla Scozia, l’1-1 con la Polonia e il 2-1 all’Irlanda.

Dunque il talento italiano non è evaporato. Questa è la prima frase da scolpire e difendere contro ogni semplificazione. Il problema non è l’assenza della materia prima. Il problema è il modo in cui il sistema la accompagna, o smette di accompagnarla, nel passaggio dall’apprendimento alla permanenza, dalla promessa alla continuità, dall’età della crescita all’età della responsabilità.

Anche la traccia romanista dentro questo paesaggio è significativa. Nell’Under 21 convocata da Baldini c’è Lorenzo Venturino. Nell’Under 19 che ha conquistato il pass europeo c’è Federico Nardin. Nell’Under 18, invece, il segnale giallorosso è stato fortissimo: Valerio Maccaroni è entrato nel gruppo di Favo e Antonio Arena ha lasciato l’impronta più luminosa, segnando contro la Scozia e poi firmando la doppietta decisiva contro l’Irlanda. La Roma, insomma, continua a parlare alla Nazionale attraverso il suo vivaio.

Ma proprio qui si apre la domanda più severa: quanti ragazzi che oggi sembrano pronti a salire verranno davvero accompagnati fino in cima, e quanti invece troveranno una scala interrotta, una soglia che non è più formativa ma selettiva, competitiva, impaziente?

In questo contesto, le parole di Gravina sul calcio come sport professionistico diverso dagli altri, definiti dilettantistici o addirittura “sport di Stato”, non sono state soltanto infelici. Sono state rivelatrici. Perché hanno mostrato una tentazione tipicamente italiana: usare la superiorità economica del calcio come scudo retorico, proprio nel momento in cui quel primato avrebbe dovuto trasformarsi in maggiore responsabilità culturale.

Se il calcio è davvero il settore più professionale, più ricco, più strutturato, allora dovrebbe essere anche il più avanzato nella pedagogia, nella formazione degli allenatori, nella tutela psicologica dei ragazzi, nella qualità dei metodi. Invece rischia di essere il più potente sul piano delle risorse e il meno maturo sul piano dell’autocritica. Non è una contraddizione secondaria: è il cuore del problema.

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Dentro questa contraddizione cade, come una pietra in uno stagno, la partita Empoli-Casellina 40-0. Sarebbe un errore trattarla come una mostruosità folkloristica, come una notizia da indignazione rapida. Quella partita non è una parentesi: è una biopsia. In una categoria Esordienti in cui, formalmente, il risultato non dovrebbe nemmeno contare come nel calcio adulto, si è verificato un divario così sproporzionato che dopo il trentacinquesimo gol si è perfino smesso di contare. Attorno a quella gara è emersa una frase semplicissima e durissima: così lo sport non è formativo né educativo. Ed è vero. Ma non basta ancora. Perché il 40-0 non nasce il giorno della partita. Il 40-0 nasce prima, molto prima, nel modo in cui due mondi educativi radicalmente diversi vengono messi l’uno di fronte all’altro fingendo che appartengano allo stesso piano.

Qui, a mio avviso, si apre una riflessione che ancora si legge troppo poco. Il vero male del calcio giovanile italiano non è soltanto il risultatismo. È l’anticipo della selezione. Noi diciamo “formazione”, ma troppo spesso pratichiamo classificazione precoce. Diciamo “crescita”, ma inseriamo i ragazzi in ambienti dove il giudizio arriva prima dell’insegnamento. Diciamo “talento”, ma in realtà costruiamo ecosistemi in cui alcuni bambini vengono immersi da subito in una densità tecnica, metodologica e competitiva enormemente superiore rispetto ad altri, salvo poi fingere stupore quando il sabato la forbice diventa umiliazione. Il 40-0, allora, non racconta soltanto due squadre: racconta due allenamenti, due lessici adulti, due idee di infanzia, due velocità di sviluppo, due maniere opposte di stare dentro lo sport. Il punteggio è solo l’ultima ferita visibile di un processo che si è già consumato altrove.

Pedagogicamente, una sproporzione così radicale ferisce tutti. Ferisce chi perde, perché rischia di trasformare l’errore in vergogna e la fatica in identità. Ma non educa davvero neppure chi vince, se quella vittoria non incontra resistenza, misura, limite, complessità. Un ragazzo che domina senza opposizione può imparare la facilità, non la competenza; l’onnipotenza, non il governo di sé. Per questo il calcio giovanile non dovrebbe limitarsi a produrre esecutori o precoci specialisti della tattica: dovrebbe costruire persone capaci di sostenere il limite, di leggere l’errore, di restare intere quando il contesto non le premia subito. Il punto decisivo è che l’allenamento non è mai soltanto una pratica tecnica. È sempre, insieme, una grammatica emotiva. Ogni seduta insegna un gesto e contemporaneamente insegna un modo di stare al mondo.

Per questo il progetto tecnico presentato dalla FIGC il 18 marzo è interessante non tanto come annuncio, ma come diagnosi implicita. Le parole chiave sono state “gioco, formazione, talento”; è stato creato un coordinamento tecnico unitario affidato a Maurizio Viscidi; è stato lanciato il progetto federale Under 14 come anello di congiunzione tra attività di base e selezioni nazionali; Simone Perrotta e Gianluca Zambrotta hanno rimesso al centro il lavoro tra i 5 e i 12 anni; la Federazione ha parlato esplicitamente di formazione etica e morale anche per chi non diventerà calciatore. Ancora più netto è stato Viscidi, che ha denunciato l’eccesso di tatticismo e di mentalità da “prima squadra” nelle giovanili, chiedendo di tornare a smarcamento, controllo, passaggio, dribbling, più contatto con la palla e meno allenamenti svuotati della loro natura tecnica. In altre parole: il sistema stesso sa di essersi allontanato dall’alfabeto del gioco.

Il nodo, però, è che l’Italia spesso arriva lucida nella diagnosi e debole nella continuità. In passato Arrigo Sacchi e Roberto Baggio avevano provato a spingere il calcio italiano verso una modernizzazione più coerente, ma quelle spinte non sono state sostenute abbastanza a lungo. È una costante della nostra cultura calcistica: capiamo tardi, cambiamo a metà, e poi ci sorprendiamo se il tempo ci presenta il conto. La crisi della maggiore, allora, non è in contraddizione con i segnali delle Under. Ne è la prosecuzione. Le giovanili italiane continuano a dimostrare che il talento c’è; la maggiore dimostra che quel talento, una volta salito di piano, incontra un ambiente che ancora non sa custodirlo, promuoverlo e moltiplicarlo con sufficiente coerenza.

Ecco perché il punto non è soltanto chiedere più giovani italiani in campo, o più minuti, o più coraggio da parte degli allenatori. Il punto è più profondo e più scomodo: bisogna restituire al calcio giovanile il diritto di essere davvero giovanile. Bisogna sottrarlo all’ansia di imitare troppo presto il calcio adulto. Bisogna impedire che la tattica anticipi la tecnica, che la selezione anticipi la maturazione, che il mercato anticipi la persona.

Un ragazzo non cresce perché gli si chiede presto di sembrare grande. Cresce se qualcuno gli permette, con metodo e rigore, di attraversare bene tutte le sue età. Il calcio italiano, oggi, non ha soltanto un problema di risultati. Ha un problema di tempo. Chiede troppo presto. Giudica troppo presto. Specializza troppo presto. E poi si stupisce se, arrivato in alto, trova giocatori non incompiuti sul piano del talento, ma incompleti sul piano della struttura interiore e della libertà tecnica.

Per questo il 40-0 tra Empoli e Casellina non va archiviato come eccesso, e la disfatta della maggiore non va trattata come sfortuna. Sono due lastre dello stesso corpo. Una mostra la base quando smette di essere proporzionata; l’altra mostra il vertice quando smette di essere all’altezza. In mezzo c’è la scala: il luogo in cui si cresce, si sale, si cade, si viene ripresi. Ed è lì che il calcio italiano deve tornare. Non per salvare soltanto la prossima qualificazione mondiale, ma per salvare il senso stesso di ciò che dice quando usa la parola “formazione”.

di Sabrina Bastari RC Testaccio