AS ROMA PRIMAVERA VS  MONZA 1-1, UNA PRIMAVERA NELLA PRIMAVERA!

Foto di proprietà di IPA

Il 21 marzo 2026, tra le interviste raccolte accanto ai falò di San Giuseppe e l’accensione del fuoco che stringe la folla in un cerchio antico, il mio sguardo cerca sempre lo stesso punto: lo smartphone acceso per seguire la Roma Primavera. Attorno, la fiamma sale nell’aria e la sera cambia respiro; dentro quello schermo, al Tre Fontane, prende forma un’altra soglia, un’altra nascita, un’altra luce.

Una primavera nella primavera.

C’è un verso di Alda Merini che attraversa questo pomeriggio come una lama chiara: “Sono nata il ventuno a primavera”. È l’incipit di una sua breve poesia, e dentro quel respiro c’è già tutto: l’equinozio, la luce che avanza, la terra che si apre, la vita che preme dal basso e chiede forma. Anche la Roma di Guidi, per quasi tutta la gara, ha avuto qualcosa di tellurico e luminoso: ha aperto il terreno del pomeriggio con energia, qualità, lavoro condiviso, desiderio di compimento.

La gara si accende subito, al 5’. Almaviva batte il calcio d’angolo con una traiettoria tesa, viva, chiarissima; Nardin attacca il primo palo con il tempo del germoglio che sente il sole prima degli altri, anticipa Azarovs e l’uscita di Vailati e firma di testa l’1-0.

Federico NARDIN

Due minuti dopo il Monza intravede una fessura su un errore in uscita della Roma, ma Fogliaro spreca. Al 9’, poi, Morucci viene innescato in verticale, difende il pallone e favorisce l’arrivo di Maccaroni, che apre il mancino e trova la grande risposta di Vailati. In pochi minuti la partita sceglie già il suo asse: la Roma genera, il Monza aspetta.

Almaviva continua a illuminare il campo con la psicologia di chi vede nascere l’azione un secondo prima degli altri. Al 15’ disegna per Morucci un pallone profondo, sottile, tagliato come una lama di luce di marzo. Morucci entra dentro quella giocata con il corpo e con il carattere del leader silenzioso: sportellate, pressione, rincorse, presenza costante, spirito di reparto. Più che cercare la scena, tiene acceso l’attacco. È il vento di primavera: una forza che si avverte ovunque e accompagna tutto.

Poi la partita chiede alla Roma una qualità ancora più preziosa del talento: la ricomposizione. Terlizzi si ferma dopo un contrasto duro, prova a resistere, poi al 18’ lascia il posto a Lulli. In quel passaggio la squadra di Guidi mostra il suo tratto più maturo. Carlaccini arretra, cambia compito, cambia pelle, si mette al servizio della struttura; Lulli entra e porta corsa, ampiezza, respiro.

Terlizzi diventa il ramo toccato dal vento di marzo, quello che sente sul corpo la durezza del passaggio di stagione. Carlaccini assume invece il volto del custode del fuoco: parte esterno, finisce braccetto, piega il ruolo alla necessità della squadra. Lulli entra come aria nuova dentro la brace, la ravviva e la allarga.

Da lì in avanti il centrocampo romanista prende davvero la forma dell’equinozio. Di Nunzio e Bah tengono il campo come due radici profonde. Di Nunzio raccoglie, ricuce, ordina, rilancia. Bah offre invece una forza composta, quasi architettonica: copre, compensa, regge. Attorno a loro il gioco della Roma fiorisce.

Al 24’ Ballabio chiude alto al volo una chance monzese; al 27’ Nardin è ancora decisivo nella sua area su un piazzato velenoso, poi Scaramelli manda alto; al 29’ è Di Nunzio a innescare Maccaroni, con Villa costretto ad arginare in corner; al 36’ Abou Elezz segna di testa, ma in fuorigioco. Poco prima dell’intervallo, infine, Cama taglia l’area e pesca ancora Maccaroni, che in scivolata trova il corpo di Vailati. La gara, nel suo senso più profondo, resta giallorossa.

La ripresa conferma il tema del pomeriggio. Al 54’ Di Nunzio libera una conclusione violenta da fuori. Al 57’ è Lulli a penetrare e a calciare col mancino, trovando Vailati. Al 59’ Abou Elezz prova la sorpresa dalla distanza. Al 62’ ancora Lulli straripa sulla destra e mette un pallone verso Morucci, schermato in corner.

Guidi accompagna il finale con cambi coerenti con il racconto della gara. Al 73’ inserisce Litti e Della Rocca per Cama e Almaviva. Litti entra con la densità della brace compatta: ordine, attenzione, duello, senso del dovere. Della Rocca aggiunge passo e freschezza, come un germoglio che spunta dentro un campo già acceso. All’85’ arrivano anche Panico e Paratici per Zinni e Morucci, con Bah che arretra al centro della difesa.

Il clima del match si tende, si spezza, si carica di nervi e di cartellini, proprio come una sera d’equinozio in cui la luce resta viva ma sente già addosso il peso dell’ultima soglia.

In mezzo a questo tratto teso, Panico ha sul piede il pallone che sa di raccolto. All’88’, su corner battuto da Maccaroni, ha il tempo di prendere la mira e di aprire il piattone, ma Villa salva sulla linea. È l’istante del compimento vicino, della scintilla pronta a diventare rogo. La Roma vede il traguardo, ne sente quasi il profumo. Il Monza resiste, e il tempo si allunga.

Poi arriva l’ultima soglia, quella in cui l’equinozio torna davvero se stesso. Carlaccini riceve un colpo alla testa, resta a terra e costringe a uno stop lungo, di circa tre minuti. Il recupero cresce, il tempo si fa fragile, sospeso, vulnerabile. E proprio nel recupero lunghissimo, al 98’-99’, Castelli accelera su Della Rocca e mette un cross tagliato; Gaye si materializza sulla linea e spinge in porta l’1-1. Castelli e Gaye rappresentano allora l’altra metà dell’equinozio: l’ombra che resta bassa per tutto il giorno e trova il proprio varco nell’ultima piega della luce.

Il risultato punisce la Roma. Restano anche le parole di Guidi, che leggono con lucidità una gara governata a lungo, segnata dall’emergenza e dall’uscita di Terlizzi, ma interpretata con merito. E restano quelle di Litti, dense di convinzione, concentrazione e fiducia nel valore del gruppo. La ferita sta nel risultato; la rivelazione, invece, resta intatta.

Come nei versi di Alda Merini, anche la Roma di Guidi ha avuto qualcosa di tellurico e luminoso: ha aperto le zolle del proprio pomeriggio con la forza di Nardin, con la luce pensante di Almaviva, con l’ossigeno di Lulli che ha ridato respiro alla manovra. Di Nunzio è stato la linea d’equilibrio che ha tenuto insieme il gioco, Bah la sostanza che lo ha sorretto, Morucci il vento generoso che ha accompagnato e sostenuto il reparto, Maccaroni la brace viva che ha continuato a cercare il cielo. Carlaccini è stato la custodia del fuoco, il sacrificio utile, la mano silenziosa che ha tenuto insieme la struttura. Panico è stato invece il raccolto sfiorato, la scintilla che ha sentito per un istante la possibilità di diventare rogo.

E sul prato del Tre Fontane è rimasta la cosa più meriniana di tutte: una luce giovane, vulnerabile e superba, che ha sentito l’ombra passarle accanto e ha continuato ugualmente a somigliare alla primavera.

Sono nata il ventuno a primavera

Sono nata il ventuno a primavera

ma non sapevo che nascere folle,

aprire le zolle potesse scatenare tempesta.

Così Proserpina lieve

vede piovere sulle erbe,

sui grossi frumenti gentili

e piange sempre la sera.

Forse è la sua allegria

che scuote le stelle del fiume,

ottenebra il lume,

quella che appare di giorno:

è una donna che dorme.

Di Alda Merini (Vuoto d’amore, 1991 – Einaudi).

di Sabrina Bastari – RC Testaccio