CON CUORE E CATTIVERIA: LA ROMA PRIMAVERA ESPUGNA SASSUOLO

Ci sono partite che non si ricordano per la quantità di occasioni, ma per la qualità delle emozioni che sanno scatenare. Sassuolo-Roma alla terza giornata è stata così: una miccia che brucia lentamente e poi, all’improvviso, esplode con la potenza di due reti che valgono come un manifesto. Appena dieci minuti sul cronometro e già la tensione si taglia col coltello. La Roma cerca di prendere campo con pazienza, il Sassuolo di rispondere con aggressività. Poi, d’improvviso, la miccia: un contrasto a bordo campo, la palla che esce, il quarto uomo richiama l’attenzione, il tecnico neroverde Bigica sbotta, il suo vice lo segue. Urla, gesti, proteste. L’arbitro non perdona. Cartellino rosso. Uno. Due. La panchina del Sassuolo perde in un istante sia il condottiero che l’assistente.

È il caos. Lo Stadio Ricci ribolle, il pubblico rumoreggia, i ragazzi in maglia neroverde si guardano tra loro, smarriti. Nessuna guida a bordo campo, solo rabbia e frustrazione. La Roma invece resta lì, fredda, impassibile. I giallorossi capiscono che la partita, da quel momento, non è più solo undici contro undici. È anche una sfida di nervi.

Il primo tempo diventa così, un braccio di ferro psicologico. Il Sassuolo prova a mascherare lo smarrimento con corsa e contrasti, ma la panchina ammutolita pesa come un macigno. Quella doppia espulsione all’11’ non è solo un episodio disciplinare: è la crepa che apre la diga. Il Sassuolo da lì in poi giocherà con il cuore in gola, la Roma con la testa fredda. È la differenza che, in fondo, spiega il finale. La Roma sceglie di non farsi trascinare dal nervosismo neroverde, preferendo ordine e compattezza. Costruisce con linee corte: i difensori non concedono mai metri inutili, i centrocampisti lavorano a ridosso della retroguardia, riducendo al minimo lo spazio tra i reparti. Un’organizzazione che toglie profondità al Sassuolo e impedisce agli esterni neroverdi di entrare facilmente in area. Al 36’ il capitano Coletta avanza palla al piede, si libera con un movimento elegante della pressione e senza esitazione, lascia partire un destro potente e improvviso. Il portiere del Sassuolo, Nyarko è costretto a un intervento difficile in tuffo. Lo Stadio trattiene il fiato, i compagni si accendono.

Sugamele, là davanti, è un gladiatore isolato: costretto spesso a lottare da solo, a fare a sportellate con i centrali. È una scelta tecnica precisa: lasciarlo come punto di riferimento per tenere alta la linea del Sassuolo. Al 41’ Sugamele viene ammonito per un fallo duro a centrocampo. Guidi lo osserva, capisce che c’è rischio: già alla fine del primo tempo ha deciso, non lo rivedremo in campo nella ripresa.

Il Sassuolo prova a rispondere con un calcio più diretto, meno ragionato. Punta sulle folate laterali. La mancanza di una guida tecnica dalla panchina, però, si sente: pressing disordinato, molta corsa, ma poche idee. La loro aggressività produce più falli che occasioni pulite.

Il primo tempo viene scandito da urla e silenzi. Urla nei contrasti, silenzi quando la palla esce e lo stadio resta sospeso aspettando il fischio. Silenzi carichi, quasi più rumorosi del tifo. In quel vuoto. E questo è stato il vero successo del primo tempo: non segnare, ma resistere alla tentazione di perdere il filo. Alla fine della prima frazione il tabellone dice ancora 0-0, ma chi guarda con attenzione capisce che la Roma ha già preso il controllo invisibile della partita e sta preparando l’esplosione della ripresa.

All’inizio del secondo tempo Guidi cambia subito: fuori Sugamele dentro Morucci. Scelta precauzionale dopo l’ammonizione del primo, ma anche tattica: serve più freschezza e più profondità. Il Sassuolo risponde alzando il ritmo e al 55’ prova a dare nuova linfa con la doppia sostituzione, fuori Benvenuti e Sandrò, dentro Constabile e Tampieri per dare più corsa e tenere il campo dopo le tensioni iniziali. Ma proprio nel momento in cui sembravano pronti a rilanciarsi, arriva la svolta al 57’: Sibilano già ammonito interviene duro su Morucci. È un fallo evitabile, figlio più della frenesia che della necessità. L’arbitro non esita: secondo giallo, rosso. Sassuolo in dieci. In quell’attimo lo stadio si spacca in due: i tifosi di casa mugugnano, la panchina già mutilata esplode di rabbia, i giocatori neroverdi sprofondano nello smarrimento.

La Roma invece no. La Roma capisce subito che è il momento di colpire. È come se, in quell’istante, fosse scattata una leva invisibile: il caos neroverde diventa benzina giallorossa. I difensori iniziano a giocare dieci metri avanti, accorciando ulteriormente la squadra. Cama e compagni sugli esterni iniziano a spingere, creando ampiezza e costringendo il Sassuolo a difendere basso.

Il primo squillo al minuto 61’, il colpo di un attaccante che ha nel sangue il tempismo: Scacchi. È proprio nella semplicità che la Roma costruisce la sua grandezza: Cama prende palla sulla destra, alza la testa e mette un cross che non è un cross qualunque, è un invito al banchetto. In area, Scacchi capisce un secondo prima degli altri, attacca il primo palo come un rapace, si lancia nello spazio con il corpo in anticipo e la mente già proiettata al gol. Colpo di testa secco, preciso, imparabile. È lo 0-1 (Scacchi 61’), ma è anche la liberazione, il segnale che la Roma non si accontenta di giocare: vuole colpire, vuole dominare, vuole lasciare il marchio.

A guidare la ribellione neroverde c’era lui, Kulla. Un talento grezzo, aggressivo, di quelli che sanno farti male se abbassi la guardia. Corre come un forsennato, rumina, prova a caricarsi i compagni sulle spalle, cerca sempre l’uno contro uno e l’affondo diretto. È l’uomo più pericoloso del Sassuolo, l’unico che tenta di strappare la tela che la Roma sta tessendo con pazienza e disciplina.

Eppure, di fronte a lui, la difesa giallorossa erige un muro. Ogni volta che punta l’uomo, trova raddoppi, diagonali precise, chiusure cattive. La sua partita è il simbolo del Sassuolo: generosa, intensa, ma senza lucidità.

Il 79’ è il momento in cui la storia cambia pelle. Un pallone sporco, che sembra innocuo e vaga a metà campo. Per un attimo, tutti pensano sia perso. Ma non Morucci. Lui lo insegue, lo aggredisce, lo trasforma. Mette il corpo davanti al difensore, lo brucia con un passo deciso, avanza a testa alta verso la porta. È uno di quei momenti in cui il tempo rallenta: lo stadio trattiene il respiro, il portiere si allunga per chiudere lo specchio, ma Morucci resta freddo. Un tocco secco, chirurgico, e il pallone finisce in rete 0-2 (Morucci 79’).

E se il primo gol è stato tecnica e fede, il secondo è stato pura cattiveria agonistica.

È il colpo del KO. È il momento in cui la partita smette di essere una lotta e diventa una conquista. I giocatori del Sassuolo si fermano, come se avessero capito che la storia è già scritta. La Roma, invece, esplode: abbracci, urla, il senso di una squadra che ha colpito al momento giusto, nel modo giusto.

Il Sassuolo tenta l’assalto finale, con rabbia e disperazione. Ma la difesa giallorossa è solida, Keramitsis e compagni chiudono ogni varco. Nel finale, Della Rocca lotta fino all’ultimo: sfonda centralmente e calcia con potenza. Nyarko respinge con il piede, il pallone gli carambola addosso e termina fuori. E quando al 92’ arriva il tentativo più pericoloso dei neroverdi, ci pensa De Marzi a volare e a mettere il sigillo definitivo. Una parata che vale come un terzo gol.

Due gol, due facce della stessa Roma: quella della geometria lucida e quella della fame viscerale. Due gol che valgono non solo la prima vittoria della stagione, ma soprattutto un messaggio: questa Primavera sa unire il gesto tecnico raffinato alla grinta da strada, il talento alla ferocia, la testa al cuore.

La Roma Primavera non si ferma, Roma cresce!

Sabrina Bastari – Roma Club Testaccio